|
Come e nata l'idea:
Dopo tante autocostruzioni mi
sono fatto l'idea che a volte e molto comodo usare le esperienze altrui
, per la costruzione di un diffusore dalle indiscusse qualità sonore ,
sopratutto nel cercare di produrre un prodotto che piaccia ad un
numero molto alto di persone.
Gli altoparlanti erano
gia stati individuati , scan speak , che per dolcezza , estensione nelle
frequenze basse , suono vellutato mi davano la certezza di qualcosa
veramente sopra le righe.
Poi girando su internet
ho notato che in paesi molto evoluti nell'autocostruzione e nel
mondo hi-fi in genere un progetto che ha riscontrato
tantissimo successo e stato questo , le Responge Clone 2.5.
Il progetto mi piaceva molto
anche esteticamente , una torre di forma abbastanza sottile
di facile collocazione , e con un certo blasone.
Poi mi e capitato di
conoscere il simpatico Fabio , della Box Sound che si occupa di
falegnameria industriale e ha una ottima esperienza nella costruzione di
box per diffusori acustici e cosi e partita l'idea..
Il progetto:

Altezza 1020 mm 225 mm profondita' x 225 mm larghezza , si e scelto
l'uso di massello in varie essenze , in questo caso noce , con il
condotto reflex posto nella parte posteriore.

I componenti:
Hanno bisogno di ben poca presentazione
Tweeters
Scan-Speak D2010/8513-00 19mm (3/4") dome, 150W
Woofers
Scan-Speak 18W/8535-00 and shielded type, Carbon fiber paper, 178mm
(7"), 70W
Speaker sensitivity 86dB (1W/m)
Impedance load 8 ohms

Usati da tantissime case costruttrici , oltre che la Proac anche Sonus
Faber , Chario e tantissime altre.

Il suono :
Il diffusore suona
veramente bene , dopo un buon periodo di rodaggio di almeno 40 ore di
ascolto , per dare modo al woofer di ammorbidirsi e al tweeter di
addolcirsi quello che troviamo e un diffusore che riempie
benissimo l'ambiente con una buona scesa in basso e una grana fine e
dolce per la sezione medio alta.
Adatta per tanti tipi
di musica ha una ottima ricostruzione sonora e anche la
dinamica e buona , insomma un diffusore veramente molto
azzeccato e francamente penso che per ritrovare queste
caratteristiche bisogna cercare in cose molto più costose.


I cabinet senza
componenti e le mascherine di protezione
Caratteristiche:
impedenza 8 ohm
risposta
frequenza 45 - 20.000 Hz
Pot max 150 watt
sensibilità 87
db
Set Up:
Leggetevi questo
documento PDF , come posizionare i diffusori , la risposta di
frequenza in ambiente e tanto altro
Il filtro:

Semplice tabella di
valutazione:
|
Voto |
Insufficiente |
Sufficiente |
Discreta |
Buona |
Ottima |
|
Costruzione estetica e qualitativa |
|
|
|
|
x |
|
Costruzione cablaggio e componenti |
|
|
|
|
x |
|
Connessioni qualità e quantità |
|
|
|
x |
|
|
Suono |
|
|
|
|
x |
|
Potenza |
|
|
|
x |
|
|
Possibilità upgrade tweaking |
|
|
|
|
x |
|
Valore usato |
|
|
x |
|
|
|
Possibilità riparazione assistenza |
|
|
|
|
x |


La recensione di
Cristiano:
APPUNTI e NOTE
D’ASCOLTO
SoundBox
for Audiocostruzioni – Clone Response 2.5
Autocostruzione - Sistema d’altoparlanti da
pavimento
L’autocostruzione, in
ogni sua forma artigianale e/o amatoriale ed in ogni settore
merceologico che in qualche modo costituisca un momento di ricreazione
dell’intelletto e della manualità dell’uomo, ne è da sempre stato
l’elemento vitale, sperimentale, propulsore, innovativo e persino
conservativo nei confronti di certe soluzioni tecniche e circuitazioni
divenute obsolete rispetto alla migliore tecnologia disponibile nel
tempo.
Ovviamente, l’autocostruzione
diviene pure e più modestamente (si fa per dire) il viatico per il
conseguimento di un dato prodotto già reso disponibile ma altrimenti
commercialmente inarrivabile o, più semplicemente, per un sano ed
irreprimibile gusto della sfida e del confronto: in altri termini, l’autocostruttore
appronta sovente delle copie, dei cloni che comunque diventano pezzi
unici, impreziositi dalla fantasia e dall’estro individuali.
|
Nonostante anch’io
mi sia talvolta cimentato nel settore amatoriale dell’alta fedeltà
od abbia posseduto elettroniche di vario tipo (prevalentemente
valvolari) realizzate da semplici ma appassionati autocostruttori,
infine non ne ho mai tratto un completo apprezzamento e
coinvolgimento sensoriale, non soltanto in senso strettamente
percettivo, ma anche tattile e visivo. Non posso però chiaramente
smentire l’esistenza di realizzazioni che di amatoriale hanno ben
poco, tanta è la cura costruttiva ed estetica in esse riversate,
ahimè con ovvie conseguenze anche nei costi dei materiali e di
realizzazione. |

Cristiano |
Nel mondo dell’alta
fedeltà poi, alcuni prodotti commerciali hanno goduto e godono tutt’ora
di un notevole successo in ambito dell’autocostruzione con una
proliferazione, amplificata ed esportata attraverso il solito internet
in giro per il mondo, di cloni più o meno aderenti al progetto
originale. Fra questi, sicuramente la linea più prestigiosa di diffusori
dell’inglese ProAc, denominata “Response”, può laconicamente fregiarsi
di un grado di clonazione che tutt’ora ha pochi rivali, grazie sia alle
loro indiscusse qualità sonore che all’utilizzo di trasduttori
(apparentemente) standard, di qualità e di relativamente facile
reperibilità nella vendita al dettaglio.
Girovagando per le
salette dell’atelier di Audiocostruzioni durante un anonimo pomeriggio
d’autunno, mi sono imbattuto in un paio di diffusori esteticamente molto
accattivanti, relegati a fianco dell’ingresso all’ufficio del titolare,
dei quali non riuscivo ad indovinare il Costruttore, apparendo una sorta
di ibrido fra una realizzazione ProAc per la tipologia e disposizione
dei trasduttori ed un modello della linea Mezza dell’italiana Opera od
anche della serie Concerto di Sonus Faber, per via sia dei fianchetti
laterali in legno massello in tavole e venature orizzontali egregiamente
assemblate, che dei rimanenti quattro pannelli rifiniti con un pesante
strato di elegante vernice nera opaca, quasi gommosa al tatto. Dopo un
rapido scambio di battute col padrone di casa, ecco che scopro trattarsi
dell’ennesimo clone delle celebri ProAc Response 2.5, il cui
assemblaggio e, in modo particolare, il cabinet sono stati realizzati
con cura davvero certosina da una ditta toscana chiamata Sound-Box, oggi
purtroppo non più in attività. Un attento ascolto in loco attraverso un
cd-player Esound E5 Reference, un sistema di amplificazione valvolare
Tube Technology composto dal preamplificatore Seer e dal finale Unisis
ed a confronto con una bellissima coppia di Astri Deneb in versione
noce-antracite, stuzzica il mio interesse tanto da caricarmele in
automobile per un ascolto casalingo a “tempo indeterminato” ed in
condizioni a me ben note.
Rispetto allo standard
produttivo di SoundBox for Audiocostruzioni visionabile fino a pochi
mesi or sono anche sul sito internet di Audiocostruzioni, l’esemplare in
prova appare una versione contraddistinta da alcune varianti fra cui le
connessioni bi-wiring, l’assenza delle griglie frontali parapolvere e,
di conseguenza, dei relativi ed antiestetici fori di sostegno. Come
peraltro già accennato, anche le fiancate laterali in legno massello,
che nell’esemplare in questione sono rifinite in tinta noce ma
costituite da un’essenza lignea esotica (teak), sono realizzate mediante
invisibili incastri di svariate doghe posizionate orizzontalmente,
anziché nel più consueto senso di sviluppo verticale del mobile.
Il progetto è
imperniato sui trasduttori dinamici Scan-Speak, i ben noti e validissimi
woofer 18W-8535-00 e tweeter D2010-8513, per la realizzazione di un
classico sistema a due vie in bass-reflex a condotto posteriore. Gli
altoparlanti sono ovviamente gli stessi utilizzati nel progetto
originale di Stewart Tyler, trattandosi però di modelli standard di
produzione. E’ ben noto infatti che il geniale costruttore inglese ne
abbia utilizzato delle varianti espressamente realizzate su sue
specifiche e da egli ulteriormente customizzate (ad esempio, il
trattamento superficiale della cupola dei tweeter).
Di conseguenza e pur
seguendo le linee progettuali di quello originale, il filtro crossover
presente sul clone in oggetto ha subito qualche variazione nei valori di
alcuni elementi impiegati per un preciso adattamento alle
caratteristiche elettriche dei componenti standard. All’uopo, la Rete è
particolarmente prodiga di documentazione e di misure in merito, tant’è
vero che un appassionato danese, mr. Troels Gravesen è stato persino il
fautore di un gruppo internazionale di “2.5 cloners”, raccogliendo sul
suo sito personale una mole incredibile di esperienze, prove e misure
provenienti un po’ da tutto il mondo. Il cloner italiano ha preferito
infine adottare un filtro il più possibile aderente al disegno ProAc,
esente da tutte quelle ulteriori celle notch testate o proposte nel sito
di Gravesen, utilizzando al contempo quanto di meglio qualitativamente
disponibile sul mercato per i singoli componenti. La realizzazione
complessiva è infine di “scuola americana”, con i vari componenti
direttamente saldati fra loro ed incollati su di un largo e robusto
supporto in multistrato.
La vaschetta posteriore
per le connessioni è una classica ed economica basetta plastica
preformata, sulla quale sono fissate le connessioni metalliche dorate di
buona qualità, sufficientemente robuste, duplicate per una possibile
connessione in bi-wiring o in bi-amp, in grado di accettare terminazioni
a banana, a forcella ed a filo spellato anche di buona sezione.
La disposizione e la
quota degli altoparlanti sul baffle frontale segue abbastanza fedelmente
il progetto originale, fatta salva la collocazione del trasduttore per
le frequenze superiori, risultante leggermente più disassata verso
l’esterno di circa 3/8” in più rispetto al pollice esatto che nelle
“vere” Response 2.5 intercorre con l’asse verticale del woofer.
La base del cabinet è
invece un disegno completamente diverso dall’originale: si tratta di un
castello a forma trapezoidale realizzato con la stessa essenza di legno
massello delle fiancatine laterali, ma invero appare più una finitura da
mobile d’arredo, quasi da comodino, piuttosto che da sistema
d’altoparlanti. L’appoggio a terra è equivalente su tutti e quattro i
lati, non essendo stata prevista alcuna possibilità di inserire delle
punte coniche. Il risultato finale non mi convince, per cui opto per il
loro smontaggio e sostituzione con un paio di kit “conopiedi” fornitimi
dalla stessa Audiocostruzioni, composti cadauno da una coppia di
supporti in acciaio dello spessore di ben 8 mm, perfettamente tagliati
al laser e di lunghezza complessiva pari a 340 mm, rifiniti con due
fori filettati con passo m10 e con due asole di 5 mm di larghezza per
100mm di lunghezza al fine di facilitare il posizionamento sulla base
del diffusore e il loro fissaggio. Ho completato il kit mediante una
coppia di stupendi e robustissimi coni d’acciaio torniti dal pieno da
posizionarsi anteriormente, e da una coppia di grani filettati con
relativo bullone di fissaggio per il supporto posteriore, al fine di
poter altresì regolare l’inclinazione del cabinet.
Per dovere di cronaca,
tutte le sensazioni d’ascolto riportate di seguito sono state condotte
esclusivamente mediante l’uso di questi accessori, pena una percettibile
perdita di pulizia e definizione della gamma più bassa, con
ripercussioni negative anche sul range di frequenze immediatamente
superiore.
Le SoundBox Clone 2.5
sono state inserite nel mio abituale sistema d’ascolto, da qualche mese
stabilmente composto dal cdp Krell KPS30i, connesso tramite cavi Proel
Ultimate al pre bilanciato Audio Research LS-2B, oltre al finale
bilanciato Audio Research V-70, in alternativa al quale ho sfruttato la
potenza a stato solido degli ottimi monofonici Monrio MP-1, utilizzando
cavi di segnale bilanciati e sbilanciati Sommercable The Source ed
Epilogue. Nonostante si trattino di disegni decisamente diversi, ho
adottato le musicalissime Astri Deneb C1 e Sonus Faber Electa Amator II
quali diffusori di riferimento, sia per l’eccezionale qualità e
liquidità delle gamme medio-alta ed alta (al fine di verificare la
performance dello Scan Speak D2010 “normale”) che per l’ottima
ricostruzione della scena acustica. Per le connessioni di potenza, mi
sono nuovamente affidato agli impertinenti cinesi Analog Research
Silver Raincoat, che in tale occasione ho apprezzato più di altri
prodotti della mia personale collezione.
Quali importanti
complementi del sistema, cito per completezza d’informazioni i cavi di
alimentazione Audiocostruzioni SB7, il tavolino multipiano Norstone
Bergen e la console di rete Belkin PureAV PF-30.
Per mia fortuna, questa
coppia di diffusori ha già subito un congruo rodaggio presso l’atelier
in quel di Carpi, per cui non perdo tempo ed inizio gli ascolti con uno
dei miei soliti CD di riferimento, intriso di segnali noise,
manipolazioni elettroniche, qualche segnale a bassa frequenza ed una
rilevante cura nel mixaggio e nella ricostruzione spaziale dell’evento
musicale: si tratta di quel “Dead Air for Radios” del 1998 a firma del
progetto Chroma Key scaturito dalla mente geniale del tastierista e
vocalist che fu componente storico dei celebri Dream Theater, certo mr.
Kevin Moore.
L’impostazione timbrica
delle clone, il loro impatto, la dinamica complessiva, la buona
estensione in frequenza, persino il disegno della scena acustica
ricordano molto da vicino e di primo acchito le originali Response 2.5.
Riascolto da capo e con maggiore attenzione il disco, annotando una
gamma bassa ben modulata, estesa senza perciò raggiungere la graniticità
e l’estensione dei più grandi sistemi dinamici da pavimento. L’impatto
complessivo si colloca comunque su una quota soggettivamente appagante,
il woofer svolge egregiamente il proprio lavoro attraverso un buon
discernimento dei diversi decadimenti armonici delle linee di basso e di
batteria (grancassa), sottolineandone un’intelligibilità facilmente
riconoscibile anche ad un ascolto non particolarmente attento ed
assorto. Nonostante si tratti di una peculiarità che ascrivo
all’amplificazione Audio Research riscontro, registrazione permettendo,
un’ottima plasticità dell’immagine acustica, che le clone elargiscono
quasi a ventaglio, grazie ad una profondità della scena che non
interessa soltanto lo spazio compreso fra i diffusori ma che si spinge
sino dietro ai medesimi, con un’altrettanto valida focalizzazione dei
vari piani sonori esaltata dai più repentini assoli sui tom della
batteria. Il posizionamento dei diffusori in ambiente, a circa 120cm
dalla parete di fondo, a 100cm da quelle laterali e la cui reciproca
distanza si attesta attorno a 190cm si rileva pressoché ottimale: un
avvicinamento alle pareti posteriori inquina sensibilmente la gamma
medio-bassa, con una perdita udibile della focalizzazione. Decido di
diminuire la rotazione dei diffusori verso il punto d’ascolto,
inizialmente spinta a circa 30°, arrivando a posizionare le clone quasi
parallele alla parete di fondo (rotazione non superiore a 10°),
guadagnando nella tridimensionalità e nel rispetto delle proporzioni dei
vari strumenti musicali, grazie evidentemente al disassamento dei
tweeter sul pannello frontale dei diffusori. La verticalizzazione è
corretta, con gli esecutori virtualmente in piedi anziché coricati sul
pavimento, contribuendo non poco ad un certo realismo della riproduzione
complessiva dell’evento musicale.
Al fine di valutare la
fondamentale gamma media e medio-alta, vero cavallo di battaglia delle
migliori ProAc, mi ascolto l’intera partitura della Tafelmusik di
Telemann, nell’ottima versione edita dalla Brilliant Classics: annoto
nuovamente una buona coerenza timbrica sia degli strumenti a corda che a
fiato, nonostante su quest’ultimi talvolta ravvisi una lieve perdita di
coerenza tonale e qualche esitazione timbrica, “pecche” ascrivibili (con
tanta, tanta cattiveria, però!) al tweeter D2010 standard rispetto a
quello manipolato dal signor Tyler, che ho memorizzato come più
naturale, fluido e vellutato (ma la memoria potrebbe facilmente
ingannarmi, of course).
Nonostante il D2010 non
riesca a riproporre appieno i più reconditi segnali d’ambienza quanto
l’eccezionale tweeter Dynaudio Esotar montato sulle mie Electa Amator,
le Clone appaiono persino più cattive e dotate di maggior macrodinamica
nell’affrontare piuttosto i generi musicali più moderni, a scapito di
una minor pulizia del suono.
Tornando sul genere
classico, ripesco dallo stesso cofanetto costituito da ben 100 cd della
Brilliant Classics le “Quattro Stagioni” di Vivaldi, per apprezzare
nuovamente la definizione e la netta decisione degli attacchi degli
archi, senza rilevare particolari appunti ad esempio al violino solista,
che risulta sempre in giusta evidenza ma privo di caratterizzazioni
timbriche negative.
La gamma acuta è
estesa, giustamente, ariosa, contraddistinta da un’ottima definizione e
da una grana piuttosto fine, pur non arrivando a competere con quella
disarmante naturalezza d’emissione propria delle Astri Deneb, che si
confermano un validissimo confronto ed osso assai duro da soverchiare.
A questo punto
rispolvero alcune registrazioni digitali caserecce in presa diretta per
due chitarre, una resofonica americana strimpellata da un mio talentuoso
amico inguaribilmente innamorato del Mark Knopfler più fingerstyler,
un’acustica Washburn oggi passata in altre mani e la mia fida chitarra
classica Yamaha AEX500N: ferma restando la qualità soltanto discreta dei
microfoni utilizzati, le SoundBox ripropongono gli strumenti con buona
aderenza alla realtà, le dimensioni sono prossime a quelle reali, la
timbrica del pizzicato sulle corde in nylon risente soltanto di una
lieve sottolineatura di calore nella gamma media, mentre le corde
metalliche usufruiscono di un validissimo decadimento armonico e di
un’apprezzabile lucentezza anche nella gamma di frequenze più acuta.
Affronto in seguito
la dura prova delle voci, dando spazio alla classe di Joe Williams
attraverso “Feel the Spirit”, bellissima ed avvolgente registrazione a
marchio Telarc: la possente voce del cantante jazz è sostenuta in
maniera encomiabile dalle Clone, grazie anche all’egregio lavoro del
woofer, ancora una volta velocissimo nella risposta ai transienti vocali
più intensi e perentori. Analogo trattamento è riservato alle voci
femminili, chiare, intelligibili, prive di sibilanti nonostante a tratti
possano spuntare un accenno di vetrosità rispetto alle Astri Deneb, ma
che ritornano ad essere pressoché ottimali su tonalità più esotiche,
come nel caso della timbrica suadente di Sade nel suo ottimo “Lovers
Rock”.
Alle prese col
pianoforte (e con l’organo) di Gil Evans, nell’ostico ma ispirato “Paris
Blues” (OWL, 1987) interpretato col solo appoggio dell’intenso sax
soprano e della classe di Stan Getz, le clone di SoundBox non prestano
il fianco a scollature timbriche, seguendo agevolmente la tastiera nel
critico passaggio dalla sua parte sinistra verso le ottave più acute,
senza snaturare le dimensioni dello strumento. Nello stupendo secondo
lavoro di Santana, intitolato “Abraxas”, mi soffermo come di consueto ad
ascoltare quella dedica d’amore e di passione latina per una donna
bellissima che il chitarrista intitolò “Samba pa ti” : all’inizio del
brano, in cui si sviluppa immediatamente l’indimenticabile motivo
solista per chitarra, alcune profonde percussioni di congas sottolineano
amabilmente le battute musicali, recepite spazialmente appena
all’esterno del diffusore sinistro, a conferma di un atteso ottimo stage
riprodotto dalle Clone. Con disegni meno che eccellenti, la
localizzazione virtuale si limita spesso all’altezza del diffusore
stesso, quando non si abbia la deleteria sensazione di un costretto e
compresso suono proveniente dal cabinet stesso, in gergo definita
scatolarità. Ebbene, in tale aspetto la prestazione delle SoundBox si
avvicina a quella che già ritengo superlativa da parte dei due italici
riferimenti a disposizione.
In barba a tutti
coloro che, pregiudizialmente, ritengono i cloni di celebri e ben
suonanti sistemi d’altoparlanti un mero e limitato esercizio copiativo,
queste SoundBox hanno piacevolmente rallegrato i miei ascolti, anche
puramente ludici e ricreativi ancorché condotti per oltre tre mesi con
piglio critico e più oggettivo per gli scopi di cui al presente
articolo. In tale lasso di tempo non ho sinceramente mai rimpianto i
miei abituali riferimenti, persino preferendo talvolta la caratura, il
peso e la maggiore estensione verso i registri più gravi di questi
splendidi diffusori, in particolare per la riproduzione di partiture
musicali più complesse. E’ un vero peccato che il costruttore abbia
(almeno momentaneamente) smesso l’attività produttiva dei bellissimi
cabinet, privando più di un autocostruttore a cimentarsi nella
realizzazione di un prodotto in grado di ben figurare anche in sistemi
di riproduzione d’una certa caratura.
Nel mio ambito
domestico, la sinergia con le elettroniche Audio Research, ma anche con
la timbrica calda ed il vigore dei “piccoli” Monrio MP1, si è rivelata
efficace ed appagante.
Il contributo dei
“conopiedi” poi si è dimostrato infine un percettibile e determinante
miglioramento di un diffusore già in grado di garantire una musicalità
complessiva superiore alle attese derivanti dal prezzo di listino, che
Audiocostruzioni aveva fissato in Euro 1250 la coppia (esclusi i
conopiedi). Se in sede di confronto diretto con i modelli originali in
quel di Carpi aveva già chiaramente delineato le qualità di queste
clone, anche ad un ascolto casalingo esse confermano una timbrica che
davvero si avvicina alla voce delle Response 2.5, pur non eguagliandone
la raffinatezza e la trasparenza assoluta delle frequenze medie, ma di
converso nemmeno discostandosi in maniera plateale. Salomonicamente
parlando, l’allievo non supera il maestro, ma ci va molto vicino.
Chapeau.
Per un contatto col
sottoscritto: marvel147@gmail.com
Buoni ascolti e
sensazioni.
Cristiano Nevi
ERRATA CORRIGE
Il tweeter montato
sulle Electa Amator II non è il Dynaudio Esotar T330-D come
sbadatamente indicato nella recensione ed effettivamente utilizzato
sulla prima versione E.A., ma un componente della Scan Speak derivato
dalla serie "Revelator" espressamente progettato su specifiche ed in
collaborazione con la stessa Sonus Faber.
Trattasi infatti di un
cupola morbida da 20mm con la flangia completamente ridisegnata (dalla
forma leggermente incava come se si trattasse di una blanda guida
d'onda), un differente sistema di isolamento tra la bobina mobile ed
il telaio e l'assoluta assenza di ferrofluido di raffreddamento
|