SCHEDE E RECENSIONI

Silver Classic Hood 1969

Nobsound NS 02G

Ampli 10 + 10 watt classe A

 

SCHEDA

Di cosa si tratta:

Amplificatore


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Produttore:

Kit di produzione cinese su schema Krell

Caratteristiche:

10 + 10 watt classe A

Costo:

175/00 euro + 70 euro trasporto circa + dazio e Iva 22%

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CARATTERISTICHE

Finalini in classe A dall'ottimo suono e dalla costruzione molto valida.

Works voltage:  AC110V  or  AC220V  version available.

Output Power: 10W + 10W   RMS   at 8ohm load.

Size:336*208*75mm  (W*D*H)

Color: Silver

Package Weight: about 7.5kg/set

Main transistor: 4pcs gold seal Motorola 2N3055.(Used)

Amplification: 4pcs Motorola gold sealed transistor voltage amplifier.(Used)

 

SCHEDA FOTOGRAFICA

 

Silver Classic Hood

 

 

 

 

Nobsound NS 2G

 

 

 

 

 

 

VEDIAMO DIETRO

 

 

 

 

VEDIAMO DENTRO




foto presa dal web

LINKS

 

https://www.aliexpress.com/store/product/Silver-classic-Hood-1969-gold-seal-Class-A-amplifier-10W-10W-110V-220V/620427_32437539054.html

 

COME SUONA  IL COMMENTO DI CRISTIANO

 

                         

DOWNGRADE EVOLUTIVI

SILVER CLASSIC HOOD 1969 – Amplificatore finale di potenza a stato solido in classe A

US $176.00

 

John Laurence Linsley-Hood è stato un ricercatore ed ingegnere elettronico inglese nato nel 1925 a Wandsworth, Londra e deceduto nel 2004. Egli è ricordato dagli appassionati di hi-fi per alcuni progetti in campo audio stereofonico, fra cui il celebre "Simple Class A amplifier" a stato solido, ideato e sviluppato per fornire prestazioni di qualità simili a quelle del classico amplificatore di Williamson. Il progetto fu pubblicato dal Wireless World appunto nell’aprile del 1969 e aggiornato in seguito, nel 1996: lo schema, piuttosto semplice seppure per taluni aspetti di grande interesse tecnico (vedasi all’uopo lo stupendo articolo di Piercarlo Boletti al link: http://circuiti-schemi-audio-progetti.blogspot.it/2012/08/il-linsley-hood-e-il-suo-stadio-di.html) è divenuto probabilmente il più famoso amplificatore a stato solido in classe A mai proposto all'autocostruzione.

Dal punto di vista pratico, fra rivisitazioni, up-grades e varianti progettuali, il suo impatto tra gli autocostruttori è stato pressoché analogo a quello che, in campo valvolare, ha avuto il celebre Williamson, cui peraltro Linsley Hood s’ispirò apertamente per cercare di emularne i risultati timbrici.   

Il Silver Classic Hood 1969 è l’ennesimo clone del “simple class A amplifier” prodotto in Cina, nonostante i due esemplari in mio possesso non riportino alcuna etichettatura e nessuna indicazione, nemmeno sui circuiti elettrici interni. Ad onor del vero, sui maggiori store on-line orientali è possibile acquistare i circuiti di amplificazione e di potenza preassemblati, per cui anche questa replica dagli occhi a mandorla sembra strizzare l’occhio all’autocostruttore; tant’è che sul web è possibile trovare la medesima elettronica con svariati loghi, fra cui Krell (?!?), Weliang Brezza Audio e, soprattutto, Nobsound (di cui dovrebbe essere dunque proprietaria la Douk Audio di ShenZhen, nella provincia di GuangDong, a pochi passi da Hong Kong).   

Infine, l’aspetto finale del Classic Hood 1969 ricorda senza tema di smentita quello di un prodotto per autocostruzione già bell’e assemblato, curato soprattutto nei particolari elettromeccanici e nella componentistica elettronica.

Che una simile proposta avesse passaporto cinese, mi ha inizialmente lasciato incredulo, nella mia convinzione che l’hobby DIY e, per estensione concettuale, l’artigianato hi-fi fossero (siano)  tipicamente europei, giapponesi e nord-americani.

I due finali Classic Hood 1969 fornitimi da Audiocostruzioni, si presentano con uno chassis interamente metallico, molto robusto e di colore argento: esiste la variante Gold Classic Hood 1969, appunto di color oro, che ricorda parecchio certe realizzazioni Marantz! Sulla parte superiore centrale del frontale, troneggia su entrambi i finali il logo Krell, assai simile a quello originale americano se non per un differente tipo di carattere in stampatello maiuscolo: trattasi ovviamente di una pacchiana ed illegale contraffazione cinese atta forse a trarre in inganno qualche sprovveduto appassionato. Avrei sinceramente preferito vedere troneggiare il fantomatico marchio Nobsound, sicuramente ben più anonimo ma… onesto!

L’amplificatore vanta dimensioni piuttosto contenute, pari a 336x208x75mm (W*D*H); sotto il logo, da sinistra verso destra per chi osserva, vi è il piccolo tasto cilindrico d’accensione, tre led equidistanti dei quali i due laterali, di una forte luce rossa, segnalano il funzionamento delle due sezioni monofoniche d’amplificazione. Il progetto è effettivamente un bel dual-mono, col solo tasto d’accensione, il trasformatore d’alimentazione ed il potenziometro di volume (posto a destra della sequenza dei tre led) in comune. Completano ai lati due incavi ovali-rettangolo verticali, ideati probabilmente per aiutare la prensilità del pollice movimentando l’elettronica con entrambe le mani.

Sul retro regna l’essenzialità: al centro è situata la vaschetta IEC d’alimentazione, immediatamente ai suoi lati vi sono i connettori d’uscita di ottima fattura, cui seguono gli altrettanto bellissimi ingressi RCA.

Le poderose alette di raffreddamento laterali conferiscono allo chassis un aspetto alquanto aggressivo, lasciando presagire potenza e nerbo a dispetto dei soli 10W/ch dichiarati su carico resistivo di 8 ohm.

L’interno riserva un ottimo panorama elettronico: innanzitutto, una voluminosa calotta metallica nera giganteggia al centro dello spazio disponibile, a coprire e schermare il presumibile trasformatore toroidale, delle cui dimensioni nulla mi è dato a sapere, non avendola rimossa a discapito sia della mia immensa curiosità sia del timore di una “elettrostriminzita”... scatola cinese!

Ai suoi lati sono allocate le due schede monofoniche speculari di amplificazione, in cui si riscontrano componenti elettronici di alta qualità industriale, come i due condensatori di filtro Nichicon per un totale di ben 30.000 microF per canale, il condensatore MKT da 2,2 microF della Vishay sul percorso di segnale, sino ai due transistor finali Motorola 2N3055 in contenitore metallico TO-3.

In realtà, osservando vari fotogrammi disponibili sul web, è facile evincere che esistano più versioni progettuali, facenti uso di componentistica differente, con diverse capacità complessive di raddrizzamento dell’alternata di alimentazione o, addirittura, di altri transistor di potenza come i 2N2955.

E’ interessante infine costatare che, prima di raggiungere lo stadio d’ingresso di amplificazione, il segnale musicale raggiunge un potenziometro ALPS serie blu da 50Kohm: il Silver Classic può pertanto essere utilizzato anche come un vero e proprio integrato; nel caso di pilotaggio con un preamplificatore, il potenziometro potrebbe invece fungere da regolatore di guadagno al fine di ottimizzare qualsiasi abbinamento, anche con preamplificatori contraddistinti da elevato guadagno del segnale.   

Auspicando che il clone cinese, denominato a tutti gli effetti “Classic”, rispecchi fedelmente il progetto originale di Hood, lo stadio di uscita di questo amplificatore è solo apparentemente un push-pull: dei due transistor che lo compongono, soltanto quello in uscita di emettitore può essere considerato come un "vero" finale.

L’altro transistor, infatti, funzionerebbe come un servocircuito di polarizzazione in grado di assicurare al primo il funzionamento prossimo alla classe A (la classe A sarebbe realmente garantita con un carico puramente resistivo). In altri termini, l’Hood va considerato come un artefatto “monotransistor” in luogo di un più consueto push-pull, oltremodo funzionante ad alta dissipazione a riposo.

 

GLI ABBINAMENTI E L’ASCOLTO

Ho utilizzato inizialmente il Silver Classic Hood 1969 come amplificatore integrato, inserito in un sistema composto: dalle sorgenti digitali TEAC PD-H600 (utilizzandone la sola meccanica di lettura) e notebook Toshiba+Foobar2000; da un processore di segnale/dac esterno DSPeaker Anti Mode 2.0 DualCore; buffer valvolari Unison Research VA One e Klimo Beag (utilizzati quali adattatori d’impedenza d’interfacciamento/preamplificatori a guadagno unitario); diffusori Sonus Faber Minima Fm2 e Opera Callas 2007.

Le prime impressioni d’ascolto denotano sembra ombra di dubbi la natura a transistor del Classic Hood 1969, seppure marcatamente influenzata dalla mancanza di rodaggio dell’elettronica: la timbrica vira verso tinte chiare, con una gamma medio-alta tersa, ricca di dettagli nonostante tendente a perdersi qua e là qualche armonica. Il piglio dinamico e l’autorevolezza di pilotaggio sembrano invece confutare i soli 10W dichiarati per canale, che apparentemente induce invece alla convinzione di una potenza di almeno 40-50W/ch.

Si commetterebbe comunque un drammatico errore, limitandosi a un giudizio frettoloso; la fredda e precisa voce dell’Hood si leviga marcatamente, dopo alcune decine di ore di funzionamento a livelli d’ascolto piuttosto sostenuti e dopo almeno una ventina di minuti di riscaldamento prima di ogni ascolto.

L’etno-jazz di Dhafer Youssef (Malak - 1999 e Digital Prophecy - 2003) permette di cogliere alcune peculiarità dell’amplificatore, quali l’ottima ricostruzione scenica dell’evento musicale, con gli strumenti acustici e le varie percussioni ben definiti all’interno della scatola sonora, i cui vari piani sonori appaiono altrettanto facilmente individuabili. Lo sfondo scenico non sfuma, rimanendo invece intelligibile e sufficientemente individuabile, senza particolare sforzo d’attenzione.

Emerge spontanea, ahimè, una prima considerazione: com’è possibile beneficiare di cotanta qualità dei principali parametri acustici d’ascolto, in un oggetto venduto a soli €200?

Certamente, forzando sulla pressione sonora, la dinamica complessiva, la possanza emissiva, la densità del suono non possono competere con i risultati ottenibili dai mostri sacri dell’amplificazione al silicio d’oltreoceano (es. Krell): la pulitissima gamma media inizia ad impastarsi mentre le ottave più acute si affilano, introducendo una certa fatica d’ascolto.

Avendo a disposizione un secondo esemplare, sostituisco i diffusori sopra menzionati con una coppia d’inglesissime Castle Harlech S2, un atipico progetto in linea di trasmissione a quarto d’onda con un woofer sul lato superiore, dotati di connettori sdoppiati per il bi-wiring. Opto così per una biamplificazione passiva (configurazione che adoro: sono degli illuminati quei progettisti che dotano i loro diffusori di connettori dedicati per le varie vie d’emissione), collegando un Classic Hood 1969 ai woofer ed il secondo ad energizzare i tweeter. Per il collegamento ai drivers inferiori ho utilizzato una coppia di Analog Research Silver Raincoat, mentre per le vie superiori una coppia di Sommercable Quadra Blue. Sostituisco infine il processore finnico e il buffer valvolare con l’accoppiata digitale M2Tech HiFace2 + Wadia x64.4 e con il preamplificatore Norma SC1 nella sua massima configurazione prevista dal Costruttore.

Cavi di segnale: Megaride Audio, VDH Thunderline, MIT Mi330, B.C.D. LGD; cavi di alimentazione: Xindak FP Gold, PS-Audio Power Prelude SC, Furutech FP314A.

La catena audio è ora certamente hi-end, di un livello merceologico assolutamente sbilanciato rispetto al valore anche congiunto dei due Silver Classic Hood 1969; l’hobby dell’Hi-Fi deve essere anche ludico, propositivo, scevro di pregiudizi dunque spruzzato con un pizzico di sfrontatezza.

Le sessioni d’ascolto spaziano dall’indie-rock degli Uniform Motion, No Clear Mind, al blues sporco dell’ultimo Conrad Shock, passando per Steve Earle, Telemann, John Doe, Joe Henry, sino all’ultimo, stupendo, live dei Pentangle (“Finale: An Evening with Pentangle”, Topic Records, 2016).

Se il Wadia magnifica la spazialità dell’immagine sonora, il Norma conferisce grandezza, densità armonica, naturalezza d’emissione.

Saltuariamente emerge ancora la natura al silicio dei Classic Hood 1969, che si rivela in qualche venatura di freddezza timbrica sul medio-alto soprattutto qualora la richiesta dinamica impegni tutta la potenza erogabile dell’amplificatore.

Mi rendo conto però di giudicare il Classic Hood 1969 come se fosse una realizzazione hi-end: in effetti lo è, se si azzecca la miglior sinergia con le altre elettroniche, i diffusori e l’ambiente d’ascolto.

 

Ritengo di non dilungarmi oltre, raccontando delle mie personali sensazioni d’ascolto di un determinato passaggio musicale piuttosto che di un altro; con la catena d’ascolto assemblata per l’occasione, finirei infine per recensire le (scontate) qualità degli apparecchi a monte. Mi crogiolo però con un suono che, nel suo complesso, non sempre raggiungo per qualità complessiva nelle mie sessioni d’ascolto critico: questo è l’aspetto rimarchevole del Classic Hood 1969.

Senza scomodare un capolavoro dell’industria Hi-Fi italiana qual è il Norma SC-1, consiglierei infine l’Hood 1969 pilotato da un preamplificatore oppure, se il livello d’uscita della sorgente fosse già sufficientemente elevato, da un buffer valvolare di classe. Fra i preamplificatori, consiglierei fra l’usato qualche vecchio modello Copland (es. CTA301), Audible Illusion, gli Am-Audio più abbordabili, qualche buon Conrad-Johnson del passato (PV7 – PV10), Lector MLA, ma anche i connazionali Dared SL2000A e Ming-Da MC7R, contraddistinti tutti da buon calore timbrico e densità armonica.

 

 

CONCLUSIONI:

La saga degli oggetti ben suonanti a prezzi da saldo era iniziata alcuni anni fa col celebre T-Amp, con tutti i limiti di un aggeggio plasticoso da bancarella, economicissimo nella costruzione e con rimarchevole idiosincrasia nel pilotaggio di carichi elettroacustici appena accidentati.

Questo Classic Hood 1969 è, per costruzione, di tutt’altra classe: cabinet interamente in metallo amagnetico di rimarchevole spessore (non ne ho la certezza, ma si tratta di alluminio); componenti elettromeccanici ed elettronici da macchina di alta classe; realizzazione basata su di un seminale progetto collaudato da quasi 50 anni di autocostruzione; surdimensionamento della sezione di alimentazione; suono e capacità di pilotaggio assolutamente da non sottovalutare a questi prezzi!!

 

Si, credo che terrò entrambi gli apparecchi: la bella constatazione è che non sento nemmeno la necessità di ricollegare gli altri miei finali di potenza.

Per quel che costano e per come sono realizzati, non vale nemmeno la pena costruirseli in casa.

In ogni caso, il Classic Hood 1969 potrebbe essere considerato un validissimo muletto qualora si rendesse momentaneamente indisponibile il proprio finale, magari per un semplice controllo o per manutenzione.   

A volte gli orientali sanno darci qualche lezione di stile; noi europei, che ci crogioliamo solo sbavando davanti a mostruosi monoliti metallici di peso immane o di schiere di pentodi termoionici che d’inverno potrebbero riscaldare un bilocale in una valle del Trentino…

A ripensarci bene: e se quel noto e beffardo logo (Krell) fosse una infine una presa per i fondelli?

Ottimi ascolti,

 

 PS: pensiero del mese. L’Alta fedeltà potrebbe rivivere una seconda giovinezza, pur fra tutte le sue contraddizioni, le faziosità e con tutti i suoi status-symbols.

 

 

Cristiano  Nevi – febbraio 2017

 

 

 

 

 

 

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