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Monrio HP1 la recensione di Cristiano

Ampli finale
 

 

 

  Di cosa si tratta

  Amplificatore


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  Produttore

  Monrio  Ita

  Costo

  4.280.000 lire anno 1998



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          La recensione di Cristiano         

 

AMARCORD – rubrica dedicata ad apparecchiature che hanno lasciato il segno!

Monrio HP1

Amplificatore di potenza stereofonico a stato solido

 

Nella prima metà degli anni ’90 fece capolino sul mercato un finale stereofonico di potenza in grado di rivaleggiare, alla pari, con i più noti ed altisonanti nomi dell’arena hi-end a stato solido d’oltralpe e d’oltreoceano: era il Monrio Cento, partorito dalla penna di uno Stan Curtis in piena forma progettuale sotto l’egida e grazie all’intuito di mr. Gazzola dell’Audio Team di Piacenza.

Ad esso seguì una revisione potenziata e migliorata denominata Cento HP, ovvero 135W per canale su 8 ohm di grande dinamica e notevole capacità di discernimento musicale, che ancora oggi può ben figurare anche in sistemi di elevato lignaggio senza prestare il fianco a probabili limiti che (talvolta) il progresso tecnologico porta ad esporre i progetti più anziani.

Negli ultimi anni del decennio scorso, forse un poco in sordina e senza il “necessario” strombazzamento mediatico, uscì un’ulteriore rivisitazione del progetto iniziale, stavolta con una livrea diversa ma con un cuore tutto italiano, nonostante sulle schede circuitali comparisse ancora la firma del progettista britannico.

L’HP1 è, a tutti gli effetti, un finale dual-mono racchiuso in un unico contenitore, all’interno del quale troneggiano due imponenti trasformatori toroidali ad alimentare due distinte schede di potenza monofoniche, basate sulla migliore e più affidabile tecnologia a stato solido (mosfet) disponibile in quel periodo. La potenza dichiarata e la riserva dinamica sono più o meno le medesime del Cento HP, ma l’affinamento progettuale e l’accurata selezione dei componenti passivi sulla scorta delle misure di laboratorio e delle prestazioni meramente musicali in sede d’ascolto, hanno indotto il sig. Giovanni a ritenere l’HP1 come il suo miglior finale di potenza sino ad oggi commercializzato, escludendo quanto attualmente si stia elaborando dalle parti della provincia più ad ovest dell’Emilia (ho la bocca cucita, ma il consiglio è quello di tenere le… orecchie ben sintonizzate).

Perché dunque dedicare tempo e risorse ad un progetto che, per la sua anzianità, potrebbe ormai  frequentare le classi medie inferiori? Non è certo un segreto la mia personale passione per questo italico marchio hi-fi, peraltro esternata in più di un’occasione su Audiocostruzioni.com, eppure l’ultimo biennio mi ha visto impegnato nella ricostituzione di una catena d’elettroniche interamente Monrio, dalle quali dedicare il pilotaggio a due diffusori da supporto concepiti in due periodi differenti da un altro celebre brand nazionale, Sonus Faber: il fortunato ed amato modello Minima Amator e le attualissime Liuto Monitor Wood.

Ho faticato non poco a reperire sul mercato nazionale dell’usato un (raro) esemplare dell’HP1, prodotto che ha avuto più fortuna su alcuni mercati esteri, fra cui l’estremo oriente, che non sul patrio suolo e, in definitiva, assai meno noto al “grande pubblico” rispetto ai due predecessori Cento e Cento HP. Proprio il peccato di esterofilia che affligge l’italico audiofilo medio, mi ha permesso di scovarne un esemplare assolutamente nuovo, quale invenduto da parte di un notissimo rivenditore del centro-Italia e posto in un “vergognoso” saldo crescente nel tempo, nella più completa indifferenza da parte anche di quegli appassionati d’orecchio fine ma dal portafogli cucito.

Il rischio dell’attesa al ribasso ha infine premiato la mia pazienza.

Avendo abituato da svariati mesi il mio senso uditivo alle delizie della meccanica per CD Bit Match, all’unità di conversione D/A 18B2 ed al preamplificatore Primus (alternato per curiosità, ludici capricci ed un pizzico d’intuizione ad un Copland CTA301MKII e ad un Synthesis Ecstasy), l’inserimento del Monrio HP1 non è stato affatto destabilizzante nell’impostazione timbrica complessiva di siffatta catena audio, fatto salvo un iniziale warm-up che ne ha sciolto lentamente le briglie.

A dispetto delle apparenze (non è certo un bestione da salotto), il Monrio fa parte di quella ristretta serie di finali capaci di imporsi su qualsiasi diffusore che non presenti moduli e rotazioni di fase abissali o, come ama sottolineare l’amico Davide di Audiocostruzioni in merito a tale schiatta di apparecchi, fa letteralmente suonare l’impianto come meglio preferisce.

Apparentemente sornione, l’HP1 è in grado di sfoderare sia una dinamica travolgente, sia una velocità di risposta ai transienti dinamici commisurata alle realistiche peculiarità degli strumenti musicali, con particolare riferimento a quelli acustici indifferentemente dalla loro natura realizzativa, senza mai strafare, senza sconfinare nella sguaiataggine o nell’effetto dirompente ma irreale.

Trovo qualitativamente notevoli la trasparenza (ovvero la quantità di dettagli musicali) e la definizione (la qualità di questi dettagli), mentre la “voce” complessiva appare sempre piena e corposa ovvero contraddistinta da una sensazione di solidità che ricorda assai da vicino quanto riscontrabile su certi sostanziosi finali AmAudio, Mark Levinson o Krell, caratteristica che personalmente reputo ad appannaggio delle migliori amplificazioni a stato solido.

La gamma bassa ad esempio è vigorosa, tornita, turgida senza divenire mai prevaricante o, peggio, enorme: siamo in questo caso agli antipodi rispetto a certe amplificazioni superpotenti che giungono, nelle condizioni peggiori di abbinamento ai diffusori, a riproporre contrabbassi virtualmente grandi quanto l’interasse fra i due diffusori!

Nonostante le Sonus Faber Liuto Wood presentino una sensibilità molto bassa (circa 82dB/1w/1m), il coinvolgimento emotivo e la pressione sonora raggiungono tranquillamente livelli pienamente soddisfacenti in un ambiente comunque raccolto quali sono i 26mq della mia stanza dedicata all’ascolto. I 135W/ch su 8ohm si fanno sentire in tutta la loro veemenza, pur nell’ambito di una timbrica naturale, in cui risulta agevole appurarne un certo calore in tutta la gamma medio-alta ed acuta, a firma della natura a mosfet della sezione finale di potenza del Monrio HP1 e della delicatezza d’emissione di questo stupendo finale piacentino.

Non mi dilungherò in sensazioni d’ascolto relative alla mia selezione di brani musicali di riferimento perché, a differenza di tutte le mie precedenti recensioni, mi sono reso conto che l’esternazione di sensazioni personali sulla scorta di un approccio soggettivo verso un evento privo di alcun riferimento certo ed ove, pertanto, è la relatività ad imperare, potrebbero condurre le mie conclusioni nel faceto per l’appassionato lettore ancor scevro da nevrosi audiofila.

Del resto, che importanza dare all’analisi ossessiva di uno dato strumento musicale o di un peculiare parametro acustico nella riproduzione stereofonica, se poi si perde di vista il fine per l’eccessiva importanza (ed ossessione, ripeto) attribuita al mezzo?

Facendo un paragone, non è raro infatti imbattersi in sedicenti superesperti che, nell’assaggio di un buon vino, giungono a ridicolizzare le proprie reali capacità di fronte al comune mortale, decantando magari a livello mediatico elementi sensoriali in maniera così spinta da carpirne il ricordo della rosa Canina anziché della delicata Dumalis o della Californica. In tale ambito sensoriale, il vero professionista si sofferma piuttosto sull’intensità del ventaglio gusto-olfattivo, ma ancor più sulla sua ricchezza e sulla sua armonia di percezione, limitandosi a fornire accurate indicazioni per famiglie di percettori (floreali, fruttati, eterei, ecc), dando libero sfogo alla lista dei singoli sentori  soltanto con colleghi di analoga preparazione e sensibilità.

Ecco dunque che se si volesse accostare la sorgente ad una gloriosa costata di chianina  o ad una succulenta portata di pasta casereccia all’uovo, la preamplificazione ad un pregiato e raffinato condimento, i diffusori alla naturale e conclusiva esplosione di sapori dolci e viziosi, con un poco di fantasia il finale potrebbe costituire la spina dorsale di tali prelibatezze così come il vino risulta un formidabile e preziosissimo compendio (ed amplificatore) gustativo alla sublime arte culinaria.

Or bene, il Monrio HP1 è realmente un’ulteriore evoluzione qualitativa del celebre Cento HP; è un finale che si lascia ascoltare a tempo indeterminato, che avvolge e convince con la sua autorità d’emissione. ma anche con una spiccata naturalezza e delicatezza nel trattamento delle nuances musicali con pari impegno e qualità su tutta la gamma di frequenze udibili.

Analogamente ad un grande vino rosso affinato negli anni e giunto al culmine della sua fase evolutiva, il Monrio lascia attoniti per il corpo dirompente eppure per un equilibrio encomiabile fra tutte le componenti acustiche d’ascolto.

Così come avvenne con i sorprendenti monofonici MP-1, una volta scollegato per dare spazio ad altri sistemi di amplificazione, nel tempo se ne sente la mancanza perché il segreto dell’HP-1 è, appunto, la sua profusione equilibrata ed armonica di tutti quei parametri acustici che rendono godibile l’ascolto della propria musica preferita.

In tale ambito, mi preme sottolineare il felicissimo abbinamento col preamplificatore valvolare Copland 301mkII che, con la sua pienezza espressiva ed il rigore timbrico, valorizza ulteriormente le peculiarità del Monrio il quale, a sua volta, ne minimizza il suo unico (seppur lieve) limite insito in una certa granulosità della gamma medio-acuta, specie nell’ascolto di ottoni e violini (predico bene e poi razzolo male!!).

A mio parere, si tratta di un abbinamento che rasenta lo stato di grazia, a cui la voce mozartiana delle Liuto permette l’ascolto ad alti livelli di coinvolgimento emotivo delle più belle partiture barocche di Haendel, Telemann e della musica classica tedesco-austriaca della seconda metà del XVIII° secolo.

Anche il jazz acustico appare assolutamente incantevole.

All’inizio del decennio, il finale Monrio HP-1 costava di listino poco più di 2000 euro: ancora oggi suona come un finale a stato solido da 4000, 5000 od anche 8000 euro.

Mea culpa per averlo (ri)scoperto soltanto ora: quanto denaro avrei potuto investire assai meglio in software musicale.

 

Buoni ascolti e sensazioni.

Cristiano Nevi 

 

 

Links


http://www.monrio.it/

 


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