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Un CD  interessante

VASCONCELOS, SALIS, CONSOLMAGNO

“Fandango Jazz Festival, Rome, Italy, 15th July 2004”

Cajù Records, 2005

 

 

Il cd di Vasconcelos, Salis e Consolmagno, registrato al Fandango Jazz Festival di Roma il 15 luglio del 2004, fin dal primo brano farebbe pensare ad un progetto etno (voci perdute delle foreste amazzoniche, il lungo intreccio percussivo) tanto più che solista è l’arcaico berimbau; fin qui nulla di nuovo, si direbbe (centinaia di brani new age riecheggiano d’Amazzonia, di Sud Africa, di afro beat, di caraibico, perfino di andino) e più d’un solista di smooth jazz ha sfruttato tale idea, né serviva certo questo esordio per ricordarci la bravura di Nana Vasconcelos, uno che ha suonato di tutto con tutti, e sempre ad un livello altissimo. Ciò che segue, invece, impressiona per quel sapore antico e quei vocalizzi tribali, quel tipico suono d’accordion riproposto con originalità, sentimento e modernità da Salis nel magnifico quadro ritmico calibrato da Vasconcelos e Consolmagno. Antonello Salis, intelligente ed innovativo pianista, tecnicamente perfetto nei suoi fraseggi, modula soli estremamente colti ma non per questo “distanti”, come in “Vinho branco” ed in “Lester”. Così i tre vanno avanti per 67 minuti, correndo talvolta il rischio di lasciare chi ascolta un po’ perplesso e non sempre convinto, attingendo comunque in modo sempre estremamente originale sia alla musica “ripetitiva” (come in “Uekke, Uekke”) sia alla lezione di musicisti dediti alla ricerca in ambito etnojazzistico o alle prove di solisti quali Dollar Brand, McCoy Tyner, Spaulding Givens (alias Nadi Qamar), Ahmad Jamal; ed allora ci si può accorgere d’esser di fronte ad un’opera “di confine” in cui si fondono moduli musicali provenienti da culture diverse e lontane fra loro ed in cui si rintraccia un intenso lirismo talvolta vicino ai modi complessi di certa avanguardia del primo Novecento, alla musica del nordeste brasiliano, alla fresca e vivace “danza” popolare che è l’anima proprio dell’ultimo brano del cd, “Loro”, capolavoro remoto, misterioso a sentirlo bene, di quel sensibilissimo etnomusicologo che è Egberto Gismondi. Il progetto non era semplice, ma i tre artisti di musica ne hanno tanta nella mente e nel cuore, proveniente dai tempi e dai luoghi meno usuali, meno frequentati dall’ascoltatore comune, né era facile – viste le premesse - realizzare un’opera tanto equilibrata e di gusto così raffinato, che sicuramente non passerà inosservata tra i cultori della “world music” e del jazz contemporaneo.

 

Fabrizio Ciccarelli

 

 

 

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