ROLLINS Sonny 

 

ROLLINS Sonny  - "Saxophone Colossus” 

La metà degli anni ’50, in pieno Hard Bop,  vede l’affermazione di un tenorsassofonista, innovatore ed assolutamente in controtendenza rispetto ad altri sassofonisti Cool: Thodore Walter “Sonny” ROLLINS, nato a New York il 7 settembre 1930. In casa ROLLINS si respirava aria di musica, il fratello era un eccellente violinista. Il primo “incontro musicale” fu con il pianoforte, tradito in seguito, complice il boogie woogie ascoltato alla radio, per il sax, dapprima alto  poi  tenore. A soli 19 anni venne chiamato ad incidere con alcuni grandi del momento - gente del calibro di MONK, DAVIS, ROACH – nonostante la sua preparazione ed il suo stile fossero ancora acerbi ed ancora lungi da essere metabolizzate le influenze, così diverse tra loro, di Coleman HAWKINS e Charlie PARKER. ROLLINS era un tipo solitario: non ebbe quasi mai un gruppo stabile, suonava cambiando Sessionman di volta in volta a seconda delle circostanze. Intorno agli anni ’53 - ’54, quando aveva iniziato ad esprimere il suo talento, apparentemente senza motivo, si allontanò da New York per trasferirsi a Chicago; qui svolse i lavori più disparati, come il caricatore di autotreni e il portiere in una fabbrica. Probabilmente la sua “fuga” fu dettata dal bisogno di allontanarsi dall’ambiente dei Jazzman che frequentava, tutti o quasi, dediti alle droghe ed all’alcool. Ne approfittò anche per approfondire la sua conoscenza della musica frequentando brevemente l’Università. Nel 1955, grazie all’opportunità offertagli da Max ROACH e Clifford BROWN, tornò a suonare con il loro apprezzato quintetto con tale appagamento da restarci per  un anno e mezzo, evento unico nella carriera di ROLLINS, tipo dal carattere irrequieto e bizzoso.

Questa esperienza fu per lui fondamentale in quanto gli permise di affinare le proprie capacità tecniche. Risale a questo fecondo periodo, precisamente il 1956, il disco che voglio consigliarvi, “Saxphone Colossus”. Oltre ad essere una perla di ROLLINS, probabilmente la migliore incisione dell’Artista, è da  considerarsi una delle maggiori espressioni musicali per un tenorsassofonista. L’originalità di questo disco stà nell’ aver stravolto la concezione fino ad allora utilizzata nella improvvisazione,  ovvero la suddivisione della stessa in due blocchi: l’elaboratio – modificazione ed abbellimento di una linea melodica originaria – e l’inventio        - creazione di frasi e periodi che hanno in comune con il tema di base solo la struttura armonica (da “Jazz” di Arrigo POLILLO). La grande capacità di ROLLINS è consistita  nell’ amalgamare sapientemente entrambe le forme facendo, delle pause, un elemento di estrema creatività, o con laceranti assoli che costringono al silenzio i musicisti che lo accompagnano.

E’ per questo che ROLLINS ha sempre preferito esprimere il proprio talento avvalendosi quasi esclusivamente dell’aiuto di pochi musicisti: un contrabbasso ed una batteria. Non disdegna le lusinghe di artisti come COLTRANE e GILLESPIE, con i quali incide negli anni tra il 1956 ed il 1958. L’anno dopo, nonostante la sua musica avesse raggiunto livelli di tutto rispetto, la sua smania di perfezionismo ed il suo carattere mai pago, lo inducono ad allontanarsi dalla scena musicale per circa tre anni; come dichiarerà egli stesso  “ho bisogno di tempo per studiare e per finire alcune cose che ho cominciato molto tempo fa”.  La verità probabilmente risiedeva nel fatto che egli stesse attraversando un periodo particolarmente difficile della sua esistenza, il divorzio dalla Moglie, la rinuncia ai vizi che lo stavano logorando. Si getta nello studio del suo strumento con foga quasi maniacale, tanto da essere costretto dai vicini di casa, a “trasferirsi” nel passaggio pedonale del Ponte di Williamsburg, tra Manhattan e Brooklyn; sito che divenne ben presto meta di pellegrinaggio di appassionati e giornalisti. Gioco forza il titolo dell’album che segnerà il rientro di ROLLINS nel mondo musicale sarà “The Bridge”. La personalità di ROLLINS è senz’altro complessa e diversificata; uomo mai “allineato”, libero anche nelle scelte spirituali, bizzarro nelle sue performance e nei suoi trasformismi. Impegnato nella lotta contro le discriminazioni razziali perpetrate nei confronti delle persone di colore – non dimentichiamoci che, al tempo, accadeva spesso che i musicisti neri entravano nei locali dove suonavano dalla porta di servizio –. E’ del 1958 la sua incisione “Freedom Suite” che egli dedicherà alla lotta di rivendicazione del popolo nero. Si lascerà attrarre, intorno agli anni settanta e negli anni a venire, dal Jazz-Rock più commerciale, con interpretazioni discutibili; ma ad un artista del suo spessore e dal suo passato e facile perdonare quasi tutto. Tornando all’album scelto “Saxophone Colossus”  in quartetto con Tommy FLANAGAN al piano, Doug WATKINS al contrabbasso e Max ROACH alla batteria. Dei cinque brani che compongono l’opera tre sono composti da ROLLINS. Egli riesce a dare corpo e consistenza ad ogni brano eseguito, egregiamente supportato dalla band, e che band. Si passa dal Calypso nel brano “St. Thomas” – in ricordo della natia terra materna, nelle Isole Vergini -; a corposi assoli in “Strode Rode”; passando per “Blue 7”, per la quale il noto critico Gunther SHULLER ha scritto fiumi di parole inneggiando alla nascita di un nuovo “improvvisatore tematico”, cioè  colui che prende spunto dal tema di base per poi sviluppare le proprie sonorità. ROLLINS un vero “Colussus” non solo nel concetto di grandezza ma soprattutto nel profondo segno che ha lasciato nel sax tenore. Ciao alla prossima.

Franco      fgiustino@libero.it