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Intervista con Raphael Gualazzi

Di Fabrizio

 

 

 

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Fabrizio

 

 

Intervista a Raphael Gualazzi


Qualche nota per presentare Raphael Gualazzi.

 

Nasce ad Urbino nel 1981. Dopo aver intrapreso gli studi di pianoforte al conservatorio Rossini di Pesaro, dove è stato avviato all’apprendimento degli autori classici, estende la sua ricerca musicale anche nel campo del Jazz, del  Blues e della Fusion, collaborando con diversi qualificati musicisti del settore e distinguendosi per le sue peculiari qualità vocali e strumentali.

 

La sua musica nasce dalla fusione della tecnica Rag-time dei primi anni del ‘900 con la liricità del Blues, del Soul e del Jazz nella sua forma più tradizionale, ispirandosi alle sonorità tipiche del pre-jazz e dello stride-piano facenti capo a Scott Joplin, Jelly Roll Morton, Fats Waller, Art Tatum e Mary Lou Williams, ma anche ai colori tipici del blues di Ray Charles e Roosevelt Sykes.

 

Diverse influenze soul, ispirate a figure di grandi artisti eclettici quali Jamiroquai e Ben Harper, restituiscono l’ascolto ad una dimensione di grande attualità, in uno stile personalissimo dove le radici tradizionali si fondono con le tendenze musicali più innovative.

Il primo album “Love outside the windows”  viene pubblicato nel 2005 (e da noi a suo tempo recensito per questo Sito), comprende 11 brani inediti composti ed arrangiati dall’artista e 3 importanti rivisitazioni di famose composizioni come “Summertime”, “Georgia On My Mind” e “Besame Mucho”.

Ha inoltre partecipato a importanti Festivals come: Fano Jazz, Java Jazz Festival (Giakarta – Indonesia), Argo Jazz, Ravello International Festival ed altri.

 

Nel 2006 ha collaborato con Marco Baldini e Gabriella Germani ad una serie di spettacoli teatrali svoltisi a Nogara, Trento, Venezia , Desenzano del Garda e altrove.

 

Nei primi mesi del 2007 si è recato negli USA, ove ha tenuto una serie di concerti in Vermont, New England e New Hampshire all’interno del progetto “The History & Mystery of Jazz”, che l’ha visto al fianco di musicisti del calibro di Micheal Ray (Sun Ra Arkestra, Kool & The Gang), Steve Ferraris (Sun Ra Arkestra, Charlie Haden), Jamie McDonald, Nick Cassarino, Bob Gullotti, John McKenna.

 

Attualmente ha un contratto esclusivo editoriale (come autore e compositore) e discografico con il gruppo editoriale internazionale Peer music e sta lavorando al suo secondo album in collaborazione con il produttore-arrangiatore FIO ZANOTTI .

Il 28/01/2008 è uscito in Francia, su etichetta Wagram, la compilation “Piano Jazz” che include il brano “Georgia On My Mind” rivisitato ed interpretato da Raphael stesso, oltre a composizioni di grandissimi artisti come: Nora Jones, Diana Krall, Art Tatum, Ray Charles, Jimmie Cullum, Micheal Petrucciani, Chick Corea, Thelonious Monk, Dave Brubeck, Nina Simone, Duke Ellington et al.

Nell’estate 2008 ha concluso un tour italiano con grande successo partecipando a diversi festivals ed eventi (Brindisi blues, Veneto Jazz (Teatro La Fenice di Venezia), Lodi Blues, L’Aquila Blues, e altrove. Alcuni suoi brani sono stati utilizzati in due fiction della RAI e nel film “Vita smeralda”.

Incontriamo Raphael al “The Place” in Roma, dove si è esibito il 9 aprile con considerevole e meritato successo di pubblico. Molto bravi i suoi compagni d’avventura, Alex Gorbi al contrabbasso ed Emanuele Cecchetelli alla batteria.

Assistere ad un suo concerto è un’esperienza…si diverte lui e ci divertiamo noi, il pubblico batte il tempo con quello che si trova a portata di mano, sorride ed interagisce, untrascinante “talentaccio” non c’è che dire… i  jazzofili più esigenti osservano attentamente il suo modo di trattare (ed amare) la tastiera, alla fine si fanno coinvolgere anche loro da questo giovane creativo, ridanciano ed eclettico erede ideale di tanti nobilissimi strumentisti che allietarono saloon e “whorehouses” ai confini con i deserti del Sud degli States.

Ascoltare per credere…..

Alla fine del suo concerto del 20 aprile al “The Place” in Roma lo incontriamo scapigliato e sorridente, bel cielo stellato fra le strade umbertine: non si può non parlare di musica.

 

Quali consideri i tuoi punti di riferimento in ambito jazzistico?

 

Sicuramente tutta quella che e’ la tradizione dello ‘stride piano’,dall’ironico Fats Waller allo sconcertante Art Tatum, dal fragrante Willie ‘The Lion’ Smith alle sorprendenti Martha Lewis e Dorothy Donegan. Credo che lo ‘stride piano’ sia stato un momento fondamentale nell’evoluzione del jazz perché rappresenta un momento di incontro di tanti stili quali il blues,il rag-time, l’honky-tonk, la musica classica e talvolta anche di colori latini (come accade in Jelly Roll Morton). Sono importanti nella mia formazione musicale anche Count Basie, Duke Ellington e tutti quei grandi musicisti che come loro conoscevano benissimo lo ‘stride piano’.

Ma non ho mai avuto la pretesa od il merito di essere filologico rispetto al suddetto genere perché ho sempre visto il mio percorso come un tentativo di portare la tradizione dello stride e di tutti i suoi colori bellissimi dentro le più recenti sonorità del soul,del funk e, perché no ?, del pop. Per questo motivo credo di poter dire che sono influenzato anche dalla musica di Sly & The Family Stone, Ray Charles, Otis Redding, Bill Withers , Etta James, Tom Waits, Stevie Wonder e potrei continuare con l’elenco per altri 2 giorni…. Di sicuro il primo musicista blues che ha cambiato il mio modo di suonare e’ il mitico Roosvelt Sykes detto anche ‘The honeydripper’,e non mi chiedere quali allusioni si celano dietro a questo soprannome perché non voglio neanche immaginarlo!

 

Se dovessi citare alcuni musicisti contemporanei quali insostituibili innovatori, chi sceglieresti e perché?

 

Credo che l’innovazione debba partire sempre e comunque dalla conoscenza della tradizione.Tradizione che può anche essere messa in discussione,ma solo dopo che la si conosce. Trovo molto innovativa Esperanza Spalding perchè fonde le sonorità del R&B e del pop con  strutture tipiche fusion e il jazz afro-latino (che sembra proprio far parte della sua mappa genetica), mi piace il primo Ben Harper perché  riesce (almeno nei primi lavori) ad essere eclettico senza mai liberarsi dello spiritual e dei blues che sono dentro la sua anima, adoro ovviamente Stevie Wonder , pietra miliare - assieme ad Herbie Hancock - della sperimentazione applicata alle nuove tecnologie. Infine, sembrandoti un nostalgico, potrei aggiungere Charles Mingus come eterno innovatore. Lo adoro nel suo album ‘Oh YEAH’ per la grande capacità di dare delle emozioni che arrivano a tutti in maniera raffinata ed irruenta. Non e’ facile farsi capire da tutti essendo se stessi.

 

Qual è la tua opinione circa il panorama jazzistico attuale?

 

Lo adoro in tutte le sue espressioni purché   generino bella musica e non gare di ‘culturismo musicale’. Credo (almeno in questo momento del mio percorso musicale) che non esistano generi musicali meno interessanti di altri ,ma che il fine , che e’ comunque dinamico e non statico, debba essere quello di dare emozioni,energia, bella musica, producendo arte.

 

Sbilanciati e indicaci qualche preferenza….

 

Petrucciani, Jose’ James, Kurt Elling (il mio cantante preferito), Bollani, Paolo Conte (sì,lo ritengo un grande jazzista non solo per la musica ma anche per il modo in cui scrive:secondo me i suoi testi ‘suonano’ bellissimi anche senza musica!)

 

Assolutamente d’accordo con te su Paolo Conte…magari qualche jazzofilo se lo dimentica un po’ troppo spesso. So che sei stato negli Stati Uniti per qualche tempo, cosa ti è “rimasto più dentro” della tua esperienza americana?

 

Lo spirito di gruppo. L’unione fa la forza e se ognuno rimanesse aperto alle esperienze altrui senza essere troppo geloso nel donare ciò che ha appreso,questo  scambio genererebbe un inevitabile evoluzione. La cosa più importante laggiù  sembrava essere non il virtuosismo del singolo esecutore ma il sound dell’insieme. Diciamo pure che ogni virtuosismo dei singoli esecutori pareva assumere tutto un altro significato una volta che il gruppo aveva il prprio sound. Giustissimo secondo me.

 

Condivido la tua opinione….allora cosa potremmo dire della situazione in Europa ed in particolare in Italia?

 

Non mi sento in grado di poter parlare dei musicisti europei e tanto ho ancora da imparare su quelli italiani ma correndo il rischio di sembrare presuntuoso posso dire che secondo me in Italia abbiamo dei grandissimi musicisti, che anche all’estero ci invidiano. Forse dovremmo essere più uniti e meno individualisti per fare sì che al nostro mestiere sia data tutta la dignità che questo merita. Ma non vado avanti perche’ essendo italiano sono anche individualista ed quindi e’ meglio che io pensi per me! 

 

(Raphael ride, il sottoscritto pure, NDR) Possiamo trarre una distinzione fra il mondo delle blue notes americane e quello italiano?

 

Sicuramente sì. Ma assolutamente non dal punto di vista qualitativo. Il sound americano in genere mi é sembrato molto più ‘orizzontale’ rispetto a quello europeo. Comunque io adoro sia quello europeo che quello americano.

 

Precisiamo l’ orizzontalità….

 

Quando utilizzo il termine ‘orizzontale’ intendo riferirmi ad un sentire, ad una sensazione. Come diceva il grande Django Reinhardt, il jazz europeo ha pari dignità rispetto al jazz americano. E’ vero. Ma ovviamente si differenziano. Questo deriva probabilmente dalla differenza che cè nella formazione di base che viene assegnata ai musicisti dei rispettivi continenti. Là la prima cosa che viene insegnata è il senso ritmico,il timing. Qui, nei conservatori italiani è la tecnica e il controllo del suono. Là si può cantare sin da bambini in cori Gospel, qui se ti va bene canti ‘Tu sei la mia vita altro io non ho!’.  E’ stato interessante quel giorno in cui  il mio amico percussionista Steve Ferraris  mi ha detto che avevamo un concerto in una chiesa congregazionalista. Durante la cerimonia si svolgeva una sorta di saggio di bambini percussionisti e poi il concerto! Bello. Per fortuna esistono diversità tra il Vecchio ed il Nuovo continente, così uno può donare all’altro (e viceversa) all’interno di uno scambio che è evoluzione . 

 

Quanto è rimasto in te di ascolti “diversi”?

 

Uno dei significati della parola ‘jazz’ e’ ‘brothel’s hall’ ovvero ‘hall del bordello’.questo perchè il jazz o, come erroneamente qualcuno ha definito ‘pre-jazz’, nasce proprio come colonna sonora di quell’eterno mondo di vizi e virtù che si dispiegava dentro certi posticini. Ma in sostanza era la colonna sonora di una fuga da quello che era l’eccessivo moralismo della società del tempo. In sostanza questa musica doveva liberare la spensieratezza dei clienti del bordello. Per fortuna i tempi sono cambiati anche se il Jazz e’ rimasto (almeno secondo il mio parere) libertà. Quindi credo che la parola jazz non debba descrivere solo un genere,ma anche la libertà che sta dentro tutta la bella musica. Potrei dire che James Brown e King Floid sono jazzisti. Paolo Conte e Sly & The Family Stone sono jazzisti. Richard Caiton in ’Superman’ è un jazzista. Paradossalmente questa libertà e quindi questo jazz la ritroviamo anche nell’ultimo Beethoven . Nella sonata opera 111,che si pensa egli abbia scritto come accompagnamento della sua ascesa in paradiso, ci sono delle variazioni. Beh, che ci crediate o no, c’è una variazione che sembra swing!  E siamo ancora a metà Ottocento! E questo non è jazz? Addirittura potrei dire che Raphael Gualazzi stesso è un jazzista!

 

Ascoltandoti, specie dal vivo, mi viene in mente il Tom Waits più vicino al blues e al jazz….

 

 

Adoro Tom Waits e frequentemente vado a sentire concerti di una sua cover band molto interessante. Si chiamano ‘Raindogs’: sono ragazzi di Urbino e sono tutti miei amici. Tom Waits è di sicuro uno dei più originali musicisti dei nostri tempi. Questo sarcasmo che si barcamena tra i colori metropolitani e l’asprezza di un deserto ‘blues’ e’ qualcosa di immortale.Grande Tom Waits per la cura del sound nei minimi particolari ,tutto in un risultato fluido e spontaneo. Credo in realtà di non conoscerlo ancora in maniera approfondita.   Comunque, secondo me, per come lo conosco, Tom Waits è un grande perché è alfiere-innovatore di tutta quella che è la tradizione blues. E’ fondamentale la presenza di personaggi come lui sulla scena musicale. Ho apprezzato molto, da amante dello ‘stride piano’ che sono, la

 

sua rivisitazione di ‘I’m crazy ‘bout my baby,my baby’s crazy ‘bout me’ ,il famoso hit di Fats Waller.

 

 

Quanto la tua musica attuale è rimasta fedele allo stile del primo tuo album?

 

Se ti riferisci alla musica che suono durante i miei concerti posso dirti che il repertorio varia da serata a serata. Certo alcuni brani li suono sempre ma altri cambiano. Alcune volte i miei musicisti volevano tirarmi le orecchie perché volevo suonare un brano di Little Richard….. ma il blues è dappertutto!

 

Quali brani esegui di solito nelle tue serate?

 

 

 

Stefano”, un brano di mia composizione, ancora inedito, basato sullo spelling del nome di un mio caro amico.Alla sua laurea, trovandomi in ristrettezze economiche,ho composto per lui questo brano con cui di solito apro i miei concerti.

 

Smashin’ Thirds”, rivisito questo brano strumentale registrato da Fats Waller nel 1929 per “scaldarmi i fraseggi”.

 

Crazy Rag Blues”, un solo piano e voce di mia composizione appartenente alla mia prima pubblicazione “Love outside the window”. Questo brano è basato su una storia vera che parla della spudoratezza di una donna che mi ha tradito nello stesso luogo dove ho avuto il dispiacere di conoscerla.

 

This masquerade”, rileggo in chiave swing (un po' alla Errol  Garner ) il bellissimo brano di Leon Russel reso celeberrimo dalla storica versione di George Benson.

 

Sweet Sue, Just You”, l’ ironico brano di Young Harris - credo sia stato scritto nel 1941 - si dispiega in 2 parti, la prima è forse piu' vicina a Django Reinhardt, la seconda è invece decisamente “stride piano”.

 

Jameson’s Lament” , sempre appartenente al mio primo cd,  sostanzialmente una descrizione dei postumi di una sbornia nel tentativo tenero ma sconnesso di abbandonare il letto di una donna che non si desidera più'.

 

Vacanze romane”, per un’ interpretazione strumentale in cui intendo fondere strutture classiche con colori gershwiniani e comunque attinenti al periodo dello stride piano.

 

I'm Gonna Move To The Outskirts of Town”, rivisto  in chiave soul . Bella la versione di Louis Jordan ,sconcertante quella di Ray Charles soprattutto per il sound!

 

Rainy Night in Georgia”: sono rimasto folgorato dalla versione registrata da Ray Charles e dagli ZZ Top . Quel brano è un capolavoro e credo che sia talmente bello da essere anche veramente didattico. E' per questo motivo che in questo caso sono rimasto abbastanza fedele alla versione sopra menzionata.Ci sono certe interpretazioni nella storia della musica di fronte alle quali ci si può soltanto “togliere il cappello”.

 

Caravan”: ho tentato di reinterpretare questo storico brano in un funambolico stride e mi sono maleducatamente permesso di inserire del testo cantato allo scopo di fare arrivare il brano anche ai giovani.

 

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

 

Al momento sto collaborando con il Maestro  Fio Zanotti  per realizzare il mio nuovo progetto.

Il mio editore è Peer Music. Non posso anticiparti altro. Non sono scaramantico ma non mi piace parlare di quello che ancora non c’è perché, come benissimo saprai, questo ambiente pullula di personaggi che fanno false promesse e io non voglio essere una di queste, soprattutto nel rispetto della tua grande professionalità.

 

Troppo buono, non esageriamo….(ridiamo tutti e due, NDR). E per il futuro?

 

Come direbbe Neil Young,  “Keep on rockin' on a free world”!!!

 

 

Fabrizio Ciccarelli


 

 

Raphael Gualazzi e Gegè Telesforo

 


Links

 

http://www.raphael-gualazzi.com/



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