Altra ottima recensione di Franco

 

 

PARKER Charlie  - " Diz’n Bird at The Carnegie Hall”

Siamo intorno al 1940, alcuni musicisti stanchi della musica fino ad allora eseguita, decisero di riunirsi in un club della 118ª strada, il “Minton’s Playhouse” di New York. In breve tempo divenne il tempio di tutti quegli strumentisti volenterosi di esprimere i loro pensieri, le loro improvvisazioni. Era facile trovare T. Monk, B. Powell, C. Hawkins, A. Tatum, D. Gillespie: ed anche un giovane sassofonista che arrivava da fuori città, un certo Charlie PARKER. Parlare del più geniale ed innovativo altosassofonista che il Jazz ricordi mi incute timore , oltre che rispetto. Nato il 29 Agosto del 1920 a Kansas City da umile famiglia. Il padre lo abbandonò in tenera età - Charlie lo rivide solo diversi anni dopo al suo funerale, era stato ucciso a pugnalate da una prostituta -. Allo sbando Parker si accompagnò con gente della peggiore specie. A 15 anni era sposato ed aveva già iniziato l’esperienza delle droghe. Per sbarcare il lunario aveva iniziato a suonare, in una squassata band, il sax, strumento regalatogli dalla madre. I suoi modelli erano soprattutto Lester Young e Buster Smith. A soli 17 anni era già un musicista di buon livello, si era fatto le ossa nelle jam session di Kansas City, tanto da essere ingaggiato per suonare nelle migliori orchestre della sua città. Ben presto Kansas City divenne piccola per lui, lasciò moglie e figlio, e nascosto in un carro merci partì alla volta di Chicago, ed in seguito New York. Qui iniziò a frequentare tutti i posti dove si faceva Jazz. Lavorò nell’elegante locale “Jimmy Chicken Shack”, ma come sguattero! A suonare ci pensava Art Tatum, un idolo per Parker. Il 1940 fu per “Bird” o“Yardbird” (Gallinaccio), un periodo di grande entusiasmo creativo, suonava e provava armoniche in ogni luogo si trovasse. A 20 anni possiamo definirlo un musicista completo. Le sue apparizioni in orchestre di calibro erano sempre più frequenti e gli ingaggi, per uno del suo talento, non mancavano. La sua era una vita “sopra le righe”, alla giornata. Spendeva tutto ciò che guadagnava in droga, alcool e donne. Nonostante l’ottimo ingaggio nella prestigiosa orchestra di Earl Hines - fucina dei futuri boppers -, Parker si face notare, oltre per il suo talento, anche per la sua indisciplina. Arrivava tardi sul posto di lavoro, quando arrivava. Spesso si addormentava suonando, continuando meccanicamente a pigiare sui tasti come se suonasse. Hines lo tenne con sé, nonostante tutto. Fu Parker che, 10 mesi dopo, decise che le grandi orchestre non facevano per lui. Prese il suo sax ed iniziò a girare per gli Stati Uniti. Washington, Chicago, infine  nuovamente New York, nell’orchestra di Billy Eckstine. Anche qui ne combinò di tutti i colori. La peggiore al “Plantation Club”. Avendogli vietato l’ingresso dalla porta principale  (riservato ai bianchi), per vendicarsi camminò di tavolo in tavolo rompendo tutto ciò che gli capitava. Era un individualista, di conseguenza si rese conto definitivamente che il suo destino era nelle combination. Passò a suonare in piccole formazioni che suonavano nei locali della 52ª strada. Uno di questi locali fu determinante nella sua carriera: il “Three Deuce”. Quì venne inserito in un trio già collaudato, con Joe Albany al piano, Curly Russel al basso e Stan Levey alla batteria, ai quali si aggiunse in seguito la tromba di Gillespie. Il successo fu enorme, sia di critica che di pubblico, aprendo a Parker, le porte della sala di incisione. Il suo successo non era comunque unanimemente accettato. Il “gotha” del Jazz riteneva, i suoni del Be-Bop, note messe insieme alla rinfusa. Nonostante le critiche, il favore cresceva nei confronti di questa musica, soprattutto tra le giovani leve. Parker aveva un suo modo per consolarsi dai giudizi negativi, dalle frustrazioni, dagli insuccessi: la droga, le donne - per le quali aveva una ossessione quasi maniacale –, il cibo e l’alcool. Per soddisfare i suoi vizi spendeva sistematicamente tutto ciò che guadagnava, ed oltre. Verso la fine del 1945 Bird, insieme ad un quintetto di musicisti, tra cui Gillespie, sbarcarono ad Hollywood. Molte delle persone che venivano ad ascoltarlo, attratti dalla sua fama, rischiavano spesso di non sentirlo affatto. Egli spariva, quando c’era era spesso incostante nel rendimento, tanto da costringere Gillespie a reclutare un altro sassofonista. Finita la scrittura a Los Angeles, il giorno della partenza all’aeroporto c’erano tutti, meno Parker. Si seppe in seguito che aveva venduto il biglietto aereo. Trovò una scrittura presso un locale chiamato “Il Finale”, che ben presto divenne il centro della musica Jazz di tutto l’Ovest. Si trovava bene in quel locale, la droga non gli mancava, grazie alla pessima conoscenza con uno spacciatore, tal “Moose the Mooche”, a cui Bird per gratitudine gli intitolò un brano cedendogli il 50% delle royalties. Quando “Il Finale” venne chiuso - per spaccio di stupefacenti! -, di Parker, per un po’, non si seppe più nulla. Venne contattato da Ross Russell, il creatore di una nuova casa discografica la Dial, che ritenne Bird l’uomo giusto per incidere il loro primo disco. Da questo incontro nacque la più sofferta e tormentata incisione della musica Jazz. Un Parker, in crisi d’astinenza ed in forte stato di alterazione psichica, sudava, era assente, si muoveva disordinatamente. Di tutto fece uno psichiatra presente negli studi di registrazione, ma a nulla valse. Nonostante egli fosse in queste condizioni, riuscì a suonare una struggente versione di “Lover Man”: non riuscirà mai più ad eseguirla nel modo solenne ed angosciato di quella sera. Tornato in albergo, Parker era fuori di se. Diede in escandescenze, dando fuoco al letto. Scese poi nell’atrio completamente nudo. Venne ricoverato al “Camarillo”, un manicomio a circa 100 km da Los Angeles. Dimesso dopo 6 mesi di degenza. Nella cartella clinica viene descritto come un uomo dall’intelligenza superiore, con tendenze paranoiche, con fantasie sessuali e primitive, dalla personalità evasiva. Potrebbe sembrare il quadro di una persona cattiva, ma egli era tutt’altro. Furono la droga e l’alcool ad inquinargli la mente. Nel 1947, subito dopo l’uscita dall’ospedale, tornò a New York dove formò uno storico gruppo composto da: Miles Davis alla tromba, Duke Jordan al piano, Tommy Potter al contrabbasso e Max Roach alla batteria. Con questa formazione inciderà pregevoli cose, dimostrando così di essere l’unico ed incontrastato leader del Be-Bop. Terrà diversi concerti anche in Europa. Al ritorno suonerà spesso in un locale chiamato “Birdland” in suo onore, fino a quando non venne cacciato per i numerosi, soliti, guai combinati. Morirà il 12/3/1955 a soli 35 anni. Se ne andrà con lui il più creativo altosassofonista della storia del Jazz. Il padre di un geniale linguaggio innovativo, nonostante la sua vita e la sua crescita artistica sia stata una corsa verso l’annullamento e l’autodistruzione. Cercando di non cadere in luoghi comuni sulla grandezza di “Bird”, egli riuscì a portare con la sua musica, una parola assolutamente unica,  toccando ogni sensazione percepibile, dall’angoscia, al delirio, alla melodia. I suoi assolo unici. Il suo blow, fatto di continue rotture di tempi, perfettamente collegati con perfezione mirata. L’alternanza di melodie e ritmo, ora calme per poi scatenarsi in un tumulto vorticoso, sono e resteranno l’originale testamento Parkeriano: è stato il più grande di tutti. Dopo questa doverosa, lunga – ma il personaggio lo merita – prefazione, veniamo al disco scelto. Non so se questo “Diz’n Bird at Carnegie Hall” sia la migliore produzione di Parker. La scelta è dovuta al fatto che il disco contiene alcuni dei sui brani più belli, da “Confirmation”, a “Koko” da molti definito il capolavoro di Parker, a “Relaxin at Camarillo”, con il quale Bird ci ricorda la sua grande passione per il Blues. Oltre alla presenza dello stesso Gillespie e tantissimi musicisti importanti come: Milt Jackson al vibrafono, John Lewis al piano, Chano Pozo - ucciso in un bar di Harlem nel 1948 - alle congas. Questi alcuni dei molti musicisti presenti a questo evento, registrato il 29 settembre del 1947. Siamo dunque in pieno Be-Bop. Il disco parte con un “A Night in Tunisia”, brano di cartello del nuovo movimento musicale. I due solisti si conoscono bene, nonostante si fossero incontrati l’ultima volta nel febbraio del 1945 al “Billy Berg’s”. Il loro non fu un incontro, ma un vero scontro antitonale. Una seduta storica, un momento celebrativo per tutti gli Hipsters. Di questo concerto venne eseguita una registrazione clandestina, in seguito pubblicata dall’etichetta Roost. I due si trovano a meraviglia, i loro duetti sono tasselli di Jazz. Voglio segnalare anche un Dizzy cantante nel brano “Salt Peanuts”, omaggio di Gillespie ad una sua passione: le noccioline!! E’ opportuno ricordare che le “visioni” di Parker oggi sono patrimonio del Jazz. Possono sembrare scontate e per nulla nuove, ma se proviamo a tornare indietro nel tempo, ci accorgiamo di quanto la sua musica fosse in anticipo sui tempi. I suoi intervalli, l’eleganza delle armoniche, il suono deflagrante proprio del suo inimitabile stile. Charlie “Bird” Parker una leggenda del Jazz.

Ciao alla prossima.

Franco       fgiustino@libero.it

 

Ottimo Franco  come sempre  ci lasci senza parole , sia per la completezza che  le cose che scrivi ...  spero di non doverti pagare per tutta questa professionalità ... Davide


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