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PAOLO LATTANZI GROUP

“NIGHT
DANCERS”
2006 Silta
Records
Nikolay
Moiseenko – alto and soprano saxophones
Aurelien
Budynek – acoustic, fretless and electric guitars
Pau Terol – piano and organ
Marco Panascia – acoustic and
electric basses
Paolo Lattanzi – drums
-
Cicerchi’s Wandrelust
-
Just a Story
-
14/2
-
In a Dark Room
-
When it Doesn’t Matter
-
Other Lands
-
Night Dancers
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Four Years Gone
-
Fairy Tales to a Child
-
May

Silta
Records
email:
info@siltarecords.it
web:
http://www.siltarecords.it
Il quintetto di Paolo Lattanzi,
particolarmente attivo fra Boston e New York, dà in “Night
Dancers” convincente prova di sé, proponendo dieci
composizioni originali ottimamente calibrate dall’estro
inventivo del batterista ed eseguite secondo un modus
innovativo, intelligentemente vicino alla tradizione
jazzistica post hardbop.
Le capacità interpretative
d’ogni membro del Group emergono da un certo
appiattimento che le blue notes stanno subendo di
questi tempi: ciò che colpisce maggiormente è l’originalità,
sia in campo compositivo che esecutivo, la capacità di creare
atmosfere ampie e nitide dal lato cromatico, la soggettività
mai debordante con la quale viene rinnovata la lezione di
Coltrane o di Holland.
L’album, a parere di chi scrive,
è contraddistinto da una timbrica strumentale davvero
originale, espressiva e solida particolarmente quando i
singoli hanno modo di mettere in luce le proprie doti
improvvisative secondo un respiro strutturale di tono
internazionale, talora vicino al lirismo più vicino a certe
ottime produzioni ECM, tal altra sottolineato da un pathos
sfuggente e poetico, introspettivo e notturno.
Più delle osservazioni del
sottoscritto varranno le parole di Paolo nell’intervista che
segue.
FC. Com’ è nato il
progetto “Night dancers”?
PL.
I brani sono stati scritti tra il 2002 ed il 2005. E’
un album fortemente voluto, avevo composto una buona quantità
di pezzi che per me avevano un vero significato ed ho sentito
che era giunto il momento di costruire qualcosa che li
unisse in un unico corpo. In
Night Dancers c’è davvero molto di quello che è stata la mia
vita negli ultimi quattro anni.
FC. Forse una biografia
musicale?
PL.
Qualcosa del genere. Alle volte
capita di scrivere musica per il semplice gusto di giocare un
po’, di sperimentare, o persino di competere con i propri
limiti... nell’album questi aspetti, a vari livelli, sono
presenti. Quella che però sento come la caratteristica
primaria è il mio legame con i momenti in cui ho scritto o
ideato questi brani. Forse, quindi, più che di una biografia
si tratta di una raccolta di pensieri e sensazioni che ho
vissuto.
FC. L’album si presenta
come opera composita, ispirata secondo diversi moti interiori,
in effetti.
PL. Quello che ho cercato
di mantenere come filo conduttore da un brano all’altro è
l’intenzione di “trasmettere”. Che fosse un’emozione, un umore
o un’idea comunque quello era il mio scopo finale. A variare
da pezzo a pezzo sono invece l’approccio e le tecniche
utilizzate.
FC. Effettivamente si
sente, e questo, a mio parere, è un pregio dell’album,
“sofferto”, meditato.
PL.
Ti
ringrazio. Un merito della musica strumentale è l’assenza di
parole che dettino quale interpretazione bisogna darle o in
che modo porsi rispetto ad essa; è una cosa che ognuno si vive
da solo elaborandola secondo la propria personalità. Di
conseguenza sono convinto che ascoltando questo cd persone
diverse ne percepiranno il sound in modo anche molto dissimile
a seconda di quale aspetto in particolare toccherà la loro
sensibilità...
FC. Credo anch’io. E
tecnicamente?
PL. Credo che il mio modo
di scrivere musica (per lo meno fino a “Night Dancers”) sia
stato caratterizzato principalmente dall’approccio ritmico
rapportato alla struttura melodica ed armonica del brano. Ci
sono elementi particolari nella musica di Dave Holland, per
esempio, o di Steve Coleman, Avishai Cohen ma anche in alcuni
casi di Wynton Marsalis (ed altri) che mi hanno influenzato
molto.
FC. Ottimi esempi
senz’altro!
Una piccola perplessità: quando
parli di Marsalis, alludi al suo cromatismo o al fluire
pensoso di certi suoi tempi misti? Cosa ne pensi di Jarrett e
di certe produzioni ECM?
PL.
Sì, parlando di Marsalis
pensavo proprio a certi usi di tempi misti o di poliritmie.
Il mio avvicinamento al jazz
è avvenuto gradualmente ma identifico nel primo album del Pat
Metheny Group (per l’appunto si parla di ECM!) il vero ponte
che mi ha portato ad indagare questa musica ulteriormente e
scoprirne le tante sfumature ed evoluzioni.
FC.
Prima hai citato Dave Holland:
secondo me meriterebbe un posto a parte nella storia del jazz…
pochi come lui hanno saputo usare una sintassi tanto moderna e
innovativa.
PL.
Mi colpisce soprattutto il modo in cui utilizza le forme più
varie di disparità (sia ritmicamente che nella struttura del
pezzo) riuscendo comunque a mettere
l’ascoltatore a proprio agio per mezzo della melodia e
della sottigliezza delle strutture armoniche, che bilanciano
l’effetto globale e rendono la musica fluida smussando gli
angoli.
FC. Hai
ragione, vorrei ancora ricordare, in tal senso, l’eleganza di
Jarrett con Peacock e DeJohnette.
PL.
Ho
visto quel trio due volte dal vivo. In alcuni momenti mi è
sembrato che la musica fosse fisicamente tangibile!
FC. E tornando ad un
discorso più tecnico?
PL.
Per quello che riguarda l’aspetto più specificamente armonico
ho usato tre approcci diversi: armonia funzionale (come in
14/2 o Cicerchì’s Wanderlust), armonia modale orizzontale (es.
Other Lands) e verticale (Fairy Tales to a Child) e quelli che
inglobano le precedenti ed in parte anche armonia non
funzionale (Four Years Gone o May). Ognuno di questi favorisce
un diverso tipo di sonorità e di possibilità, alle volte anche
molto specifiche.
Strutturalmente, fatta eccezione per “Four Years Gone”,
tutti i pezzi rispecchiano il modello dello standard jazz,
dove c’è una “form” specifica sulla quale poi verrà
sovrapposta l’improvvisazione (anche se in alcuni casi questa,
come per esempio in “May”, detta delle variazioni nella
struttura anche significative).
FC.
Quanto possiamo essere tutti
debitori alla straordinaria inventiva e capacità
d’arrangiamento di Mingus? Le vostre improvvisazioni risultano
estrose e suggestive ma che fine fa la melodia? Non vorrei
essere banale, ma c’è qualcosa di nuovo.
PL.
Credo che tutto dipenda dalla sonorità iniziale del brano e
dalla melodia scritta. Alcuni di questi pezzi
prevedono un approccio
tradizionale mentre altri danno adito a variazioni più
personali. Il mio intento era quello di lasciare
all’improvvisazione il maggior numero possibile di vie aperte.
L’unica cosa che ho chiesto ai miei compagni di gruppo è stata
di suonare quello che sentivano e lasciarsi coinvolgere dal
“mood”: sono degli ottimi musicisti e sapevo che ognuno a modo
suo avrebbe proseguito il discorso da me cominciato. Da quel
momento in poi ho cercato di adempiere al mio ruolo di
batterista supportando le loro idee e costruendone altre
insieme.
Secondo me una delle cose più importanti da ricordare quando
si scrive un pezzo è che deve venire un momento in cui la
composizione prende vita propria; per far si che questo accada
bisogna che la musica diventi di tutti. Altrimenti è come
intavolare una discussione con degli amici e dare loro il
copione!
La ricerca dei musicisti
adatti a questa musica è un altro punto a cui ho
prestato molta attenzione.
Volevo che, come nella miglior tradizione jazz, i pezzi
fossero influenzati fortemente dalle diverse caratteristiche
individuali. In particolar modo mi interessava che le varie
personalità nel gruppo avessero approcci e sensibilità anche
distanti tra loro, in modo da ottenere atmosfere e direzioni
da percorrere ancora più varie.
Credo di esserci riuscito:
Aurelien, Pau e Nikolay sono molto diversi tra loro e quando
uno assume il ruolo di guida dona all’album una sfaccettatura
diversa, anche se sempre funzionale al resto dell’organico.
Marco svolge il suo lavoro al basso con una perizia e
sensibilità davvero notevoli.
FC.
E questo è un discorso che varrebbe
la pena approfondire, almeno per i lettori e per chi ascolta
le angolature poliformi soprattutto di Moiseenko (possente!).
Parliamone…
PL.
Molto volentieri, una buona parte l’ho anticipata rispondendo
alla tua domanda precedente ma posso aggiungere altro. Mettere
insieme persone/musicisti con caratteristiche diverse non è
difficile, quello che invece richiede una certa attenzione è
far si che possano funzionare insieme. Le personalità in
questo gruppo si sono incontrate bene, forse anche perchè ho
reso chiaro fin da subito che la cosa che stavo cercando era
per appunto la varietà. Di certo poi è stata cruciale la loro
natura disponibile e positiva... ed i biscotti che ho portato
ogni volta alle prove!
Quando ci sono i requisiti primari di cui ti ho appena parlato
il resto viene da se. Il jazz è stato il nostro punto
d’incontro e l’interplay dopotutto è la sua caratteristica
fondamentale.
Sapevo che arrangiare un brano assegnando un solo ad uno di
loro piuttosto che ad un altro ne avrebbe cambiato il sound
notevolmente. La traccia che li vede tutti all’opera è Fairy
Tales to a Child. L’idea per quel pezzo era proprio quella di
legare un solo all’altro seguendo una parabola ideale a cui
ognuno doveva contribuire passandosi il testimone.
Nell’album ho cercato di aumentare la varietà sonora
anche tramite l’utilizzo di combinazioni di strumenti diversi
come per esempio la chitarra acustica ed il solo del basso con
l’archetto in 14/2 contrapposti alla chitarra fretless in
Other Lands o al basso elettrico di In A Dark Room; anche in
questo devo dire che i miei compagni si gruppo sono stati
davvero brillanti.
FC.
Budynek talora sembra poco in
sintonia con la ritmica, forse dipende dal suo modus, dalla
sua sensibilità, altrove attinge alla lezione dei guitarists
più controversi (per gli “accademici”). Non so, mi viene in
mente Frisell…c’entra qualcosa secondo te col suo modo di
essere “acido”?
PL.
Per quel che riguarda le influenze e dove Aurelien
affondi le radici del suo suono mi cogli impreparato. Capisco
cosa intendi quando usi l’aggettivo “acido”. Da quel punto di
vista la contrapposizione tra lui e Nikolay è evidente. Il
suono del sassofonista è diretto, proiettato in avanti, ben
scandito, “estroverso”. La chitarra spesso gioca con il tempo
in un altro modo, tirando volutamente un po’ indietro, alle
volte utilizzando di più il suono e l’effetto piuttosto che la
frase. Due modi diversi di esprimersi con lo strumento, due
tipi di sensibilità musicale.
FC.
Oltre a suonare, di questo cd sei anche produttore…
PL. Come ti dicevo
prima, la volontà di incidere quest’album è stata forte ed ho
percorso gran parte del processo creativo e produttivo da
solo. Avevo valutato l’idea di proporre la mia musica a delle
etichette prima ancora di entrare in studio ma ho optato per
un conseguimento personale di ciò che volevo costruire.
Quando è giunto il momento di
presentare il mio prodotto finito (per lo meno dal punto di
vista dell’audio) ho bussato
alla porta di una certa quantità di etichette discografiche e
quando mi sono imbattuto in Giorgio Dini di Silta Records ho
trovato una persona disponibile e concreta a cui sta davvero a
cuore il lato artistico di una produzione musicale. Ci siamo
capiti subito, lavorare insieme a lui è stato ed è molto
costruttivo.
FC.
Giorgio è una grande risorsa per la
musica contemporanea, fra l’altro bisognerebbe anche ricordare
la sua abilità come strumentista e come creatore di “brain
storming”. Poche etichette come la Silta hanno il coraggio di
presentare prodotti non preconfezionati ed emotivamente
intensi.
PL.
Ti dò ragione, il suo lavoro al
basso è notevole! Ho due suoi dischi: “Out!” e l’ultimo “Ergskkem”.
Penso che siano da ascoltare con attenzione, musica con
spessore.
La Silta ha mostrato subito un
grande interesse per il mio album e così questo cd ideato e
concepito negli USA ma suonato da musicisti europei esce con
un’etichetta italiana... non male come miscuglio èh?
FC. Non c’è male…ma
la musica, come arte, non conosce
confini. Nel jazz, poi, per fortuna, assurde limitazioni
geoculturali le incontriamo poco.
Io non penso che il cd sia di
facile ascolto e proponibilità, anzi. C’è un’intenzione
provocatoria nella vostra musica?
PL.
Non
so se Night Dancers involontariamente rappresenti una
provocazione, non è ciò che avevo in mente. Contraddirei
quello che ho detto a proposito di come ho scritto questa
musica se ti dicessi che avevo quest’intenzione! Di certo però
non ho tenuto in grande considerazione quello che “ci si
aspetta” da un album Jazz (per lo meno secondo i più ostinati
canoni tradizionalisti!). Ho optato per quello che sentivo
coerente alla mia natura e confido più negli amanti della
musica che in quelli delle etichette! In effetti non penso che
sia un album di difficile ascolto...
FC. Devo dire che
raramente si ricevono indicazioni estetiche chiare e pacate
come le tue. E ne sono felice anche per me, perché vuol dire
che il coinvolgimento che ho provato ascoltando il cd non era
frutto di ubriacatura di modernismo…
PL.
Accetto questo bel complimento sorridendo. Grazie.
FC.
Hai parlato di tutto e di tutti, non vogliamo soffermarci
almeno un attimo sul tuo bel drumming?
PL.
Bèh, grazie davvero!
Di
tutte le domande che mi hai posto questa è quella a cui
rispondo con più difficoltà. La differenza forse è che prima
si discuteva di come “penso” mentre adesso di come “parlo”!
C’è ancora tanto da imparare e da studiare, è il bello della
musica. A proposito del mio stile quello che posso dire è che
cerco di connettermi al meglio con i musicisti con cui sto
suonando, pensando il più possibile come musicista piuttosto
che come batterista per se... Cerco di sentire quello che sta
succedendo intorno a me e contribuisco sottolineando quello
che mi colpisce, suggerendo altre possibilità.
Ascolto i grandi maestri storici del jazz ed ho una preferenza
per Roy Haynes, Jack deJohnette, Tony Williams, Bill Stewart,
Billy Kilson, Brian Blade, Elvin Jones, Peter Erskine, Jeff
“Tain” Watts. Mi piace ogni altro genere musicale purchè mi
trasmetta qualcosa e sono cresciuto ascoltando i Led Zeppelin
e svariate bands degli anni ‘60 e ‘70. Credo che tutto sia
importante e possa contribuire ad una visione d’insieme!
FC.
Un’ultima curiosità,
perché “Night Dancers”?
PL.
Rispondo alla tua domanda: te lo confido personalmente… se
hai sospettato che il titolo si riferisse a me o ai miei
compagni di gruppo sei stato tratto in inganno! In realtà il
nome del brano (che dà il titolo all’album) deriva da quello
che pensavo mentre lo scrivevo. L’inverno a Boston alle volte
si fa davvero sentire e certe notti il più della gente
preferisce rimanersene a casa... a me capita volentieri di
gustarmi una bella passeggiata silenziosa e pensosa.
Una di queste notti, non ricordo
se era nebbiosa o nevosa, ho cominciato a fantasticare...
passeggiavo ai bordi dei giardini (il “Boston Common”) ed ho
immaginato due sagome semicelate in distanza, vagamente
illuminate dalla luce bianca ed arancione, appena visibili
attraverso la foschia e le piante spoglie. Due figure sfocate
appartenenti solo a quella dimensione, che danzavano un ballo
irregolare, silenziose, bizzarre, grottesche, aggraziate,
soavi e solitarie... Night Dancers.
FC. Allora, buona musica
e grazie per la tua cortesia.
PL.
Grazie a te per l’ interesse che hai
mostrato nel mio lavoro!
Fabrizio Ciccarelli
egozero@alice.it
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