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Ishk Bashad: un’idea di conoscenza
ampliata nella quale le sensibilità di Beppe Grifeo, ideatore
del gruppo, Mouna Amari, Enzo Rao e Peppe Consolmagno,
congiungono armonie arabe con l’aspetto improvvisativo
jazzistico. Ognuno dei musicisti porta il proprio modo di
vedere la musica, con grande rispetto e attenzione verso gli
altri: l’interplay è intenso, vero, emozionante. Spesso è
Consolmagno a “dare il la”, poi Rao ricama, vola la splendida
voce di Mouna Amari col suo oud dal suono antico e meditativo,
suggestivo come le sabbie percosse dal vento in cui fu creato.
Potrebbe destare perplessità l’uso
del pianoforte, uno strumento tipicamente occidentale, si
pensa comunemente: basta allora pensare a quanti musicisti
hanno dedicato il loro impegno in direzione orientale: Don
Cherry, Sun Ra, Randy Weston, Abdullah Ibrahim, senza
dimenticare Debussy e Satie.
L’esplorazione nell’anima, nei
sapori culturali dell’islàm: troppo spesso si tende a
dimenticare quanto l’apporto mediorientale abbia contribuito
alla nascita ed all’evoluzione delle arti “nostre”.
Ed allora, in occasione del Womad
ideato dall’eclettica personalità artistica di Peter Gabriel,
questa band così particolare sale sul palco in una sera
d’Agosto del 2001 ed inizia, nella massima spontaneità, a
ricordare sonorità fluide, romantiche, vibranti, solari,
secondo la scelta di un pensiero in costante movimento,
percorrendo vie misteriose e libere tra Balcani e Màgreb, tra
Sicilia medievale (la Palermo di Federico II) e Africa
nord-occidentale. Ne nascono, incantevoli, melodie
profondamente spirituali, legate ad una poetica che unisce –
anche in modo irrequieto – stili e meditazioni da secoli in
confronto quasi mai all’insegna della concordia: questo il
senso dell’ “ishk bashad”, del saluto che porta pace,
con i quale i quattro musicisti hanno scelto di nominare se
stessi.
L’emozione nell’ascolto è grande:
la vibratile voce di Mouna Amari dona atmosfere mistiche
seguendo testi sufi, il mélange con gli armonici
vocali di Peppe Consolmagno, con l’irruenza e la sensibilità
strumentale di Grifeo e Rao, appare immediato, in bilico
perfetto tra sonorità e silenzio, in uno spazio indefinito
disegnato da un pathos prezioso e mai uguale a se
stesso.
La registrazione live su due
tracce digitali, il perfetto lavoro di engineering di
Peter Kauffmann e Francesco De Magistris, poi, rendono unica
questa testimonianza culturale.
Un evento, questo, che ci auguriamo
possa aver seguito sia discograficamente sia socialmente; un
incontro che sia definitivo tra due culture che non possono né
potranno mai essere “distanti” fra loro. Ed in tutto questo
semplici e magnifiche le parole di Peppe: “fare della musica
uno strumento di pace”. Ishk bashad, appunto.
Fabrizio Ciccarelli
egozero@alice.it
Per la stesura della recensione
ringrazio affettuosamente due amici di grande sensibilità e
cultura: Peppe Consolmagno e Peter Kauffmann.
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