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ART FARMER
QUINTET “Manhattan”
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Art Farmer – flugelhorn
Sahib Shihab – sopran and baritone
saxophones
Kenny Drew – piano
Mads Winding – bass
Ed Thigpen – drums
1. Context (Kenny Drew)
2. Blue Wail (Kenny Drew)
3. Manhattan (Rodgers & Hart)
4. Passport (Charlie Parker)
5. Arrival (Horace Parlan)
6. Back Door Beauty (Benny Wallace) |

Recensione di:
Franco
Giustino
fgiustino@libero.it
Fabrizio Ciccarelli
egozero@alice.it |
C. & P. 1982 Soul Note
(121026-2)
www.blacksaint.com
A volte appare
singolare che alcune opere passino tanto inosservate dalla
critica e che, altrettanto inspiegabilmente, non vengano
citate nella discografia essenziale di un musicista. Tale, a
nostro modo di sentire, il caso di “Manhattan” del quintetto
di Art Farmer, trombettista tanto eclettico da esprimersi in
modo personale e sempre equilibrato sia con storici boppers
sia con sperimentatori spericolati come George Russell sia con
personalità artistiche estrose quali quelle di Horace Silver e
Sonny Rollins.
Nell’anno
1981, alla fine di novembre in una piovosa Milano si
incontrarono cinque anime pensanti e per certi aspetti molti
distanti tra loro, ognuna con il suo carico di idee, pensieri,
musica, e voglia di suonare: Art Farmer e la sua tromba, Sahib
Shihab al sax soprano e baritono, Kenny Drew al piano , Mads
Vinding al contrabbasso e Ed Thigpen alla batteria, L’incontro
fu nel migliore spirito del jazz: voglia di divertisi e
divertire, e soprattutto suonare. Ciò che prese vita in quelle
due giornate di registrazione è questo disco - che andò ad
arricchire il già ampio e pregevole catalogo dell’etichetta
Soul Note - un inno ad un certo jazz d’annata, quello così
carico di swing da far muovere ogni parte recondita del corpo
e della mente, tanto è carico di passione e ritmo.
L’
incontro di stili tanto diversi apparve in grado di
intersecarsi abilmente tanto da renderli assolutamente
compatibili, dando vita ad una performance da grande evento,
guidati sapientemente da colui che è stato fino al 1999, anno
della sua scomparsa, uno degli ultimi grandi artisti che la
storia del jazz ricordi. Ne è la riprova la grande voglia di
cimentarsi con l’armonia giocando sui temi, cogliendo in ogni
piega delle composizioni melodie classiche, percorrendo
standard da cui prendono luce quasi per incanto
funzionalissimi temi.
La
direzione ritmica venne affidata ad un partner solido ed
affidabile, quel Kenny Drew così straordinariamente dotato nel
saper conferire sensibilità espressive uniche a contrappunti
viscerali mai fondati su moduli precostituiti, in grado di
restituire sempre momenti lirici e creativi. Il culmine
creativo della formazione si evidenzia nei cromatismi
fortemente chiaroscurali dei tempi veloci, quando i cinque
musicisti danno il meglio di loro stessi: spesso a dominare
la scena sono il contrabbasso di Mads Vinding e la batteria di
Ed Thigpen, la cui abilità tecnica fornisce lo scheletro
ritmico di ogni brano. Non a caso a loro sono riservati
diversi assoli, tessuti sonori sui quali le trame
improvvisative si esprimono eleganti, coinvolgenti, espressive
e libere nel fraseggio inimitabile, nell’inventiva lirica,
nell’approccio solistico essenziale e allo stesso tempo ricco
di coloriture di Farmer e di Shihab, indimenticato maestro del
sax baritono che in queste sessions dona morbidi,
carezzevoli walkings anche al soprano.
Almeno una
track da conservare nella memoria del jazz: magnifica e
struggente “Manhattan”, brano che dà non a caso nome
all’album, ballad rara per melodia avvolgente e nitore
impressionistico, indimenticabile per la raffinatezza del
calore “soffiato” di Art Farmer, quello che lo renderà unico
tra i più grandi stilisti delle blue notes.
Franco
Giustino
fgiustino@libero.it
Fabrizio
Ciccarelli
egozero@alice.it
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