EDITORIALI

PERCORSI A RITROSO

 

Percorsi a ritroso: elettroniche, diffusori ed accessori di gran classe del recente passato oppure apparecchi economici che, per le loro peculiarità musicali, si contraddistinguono a tal punto da imporre all’appassionato una riflessione assai critica:  vale veramente la pena svenarsi per le migliori griffe e le più blasonate, esclusive, esoteriche elettroniche od, anzi, il miglior risultato è raggiunto concentrando tutte le proprie risorse nella sinergia fra valide apparecchiature e l’ambiente d’ascolto? Questo nuovo spazio si pone il compito di dare voce ai cosiddetti “figli di un dio minore” con lo scopo di fornire preziose indicazioni soprattutto al neofita ed all’appassionato non disposto ad investire troppo nell’hardware a discapito del software musicale che, infine, costituisce il perno centrale su cui si sviluppa l’hobby dedicato alla riproduzione audio in ambito domestico.

 

DI CRISTIANO

 

L'ARTICOLO

 

NORTH STAR model 192 dac – PATHOS Classic One – SONUS FABER Concerto

Un trittico tutto made in Italy

 Sottotitolo: istruzioni per la costituzione di un buon impianto senza spendere una follia!          

 

Talvolta vale veramente la pena rimettersi in gioco, abiurando la fede dell’hi-end estrema e/o esoterica per riabbracciare scelte forse più modeste ma intrise di peculiarità che si ritengono imprescindibili.

Da sempre attratto dalla produzione nazionale (non l’ho mai nascosto, d’altronde), da qualche tempo pensavo alla costituzione di un secondo impianto ad alta fedeltà, possibilmente tutto made in Italy, senza perciò affrontare un eccessivo esborso economico pur non rinunciando assolutamente a prestazioni di alto livello qualitativo.

Ognuno di noi, sviluppando una passione nell’ambito dei propri hobbies preferiti, realizza aspirazioni, traguardi, ma anche capricci e fisime.

Ecco che, lentamente ma inesorabilmente, si delineavano nella mia mente obiettivi sempre più chiari (le mie fisime), che si seguito riporto quali fossero un vero e proprio capitolato d’acquisto:

 

-        Prodotti progettati e realizzati in Italia;

-        Possibilmente commercializzati a cavallo “dei due secoli” XX° e XXI° (chissà per quale recondito motivo psicologico, io sia attratto dalle produzioni di ogni fine decennio);

-        Realizzati con soluzioni tecniche e progettuali che, se non innovative, fossero almeno degne di menzione e attenzione;

-        Contraddistinti da un elevato rapporto prestazioni/prezzo;

-        Design e finiture ineccepibili anzi, all’altezza del più sano ed esclusivo artigianato made in Italy.

 

I pezzi forti:

 

Come spesso accade, ho iniziato l’assemblaggio del mio progetto partendo dalla…. fine: una coppia di Sonus Faber Concerto prima serie, quasi intonse, con fianchetti laterali in noce nazionale dalle strepitose venature, in tinta scura (la cosiddetta finitura “noce antico”). La serie Concerto, uscita nella seconda metà degli anni 90, costituì per Sonus Faber una sfida commerciale senza precedenti: soluzioni tecniche e prestazioni in larga parte mutuate dai modelli maggiori, grande cura estetica, finiture inedite per la classe di costo, rapporto prezzo/prestazioni elevatissimo.

Le Concerto, un poco oscurate dal notevole successo di vendita delle piccole Concertino, potevano vantare la medesima ricostruzione scenica e la stessa gamma medio-alta e acuta delle sorelle minori, maggiore estensione delle basse frequenze, maggiore dinamica e tenuta in potenza, forse un pizzico in meno di velocità ai transenti e di magia nell’equilibrio timbrico (forse….. non ne sono del tutto sicuro). Gli altoparlanti utilizzati non facevano certamente parte dei modelli più esclusivi fra le produzioni nord-europee, ma la loro qualità fu, sul campo, apprezzatissima da migliaia di orecchie esigenti sull’intero globo terrestre. Ho sempre apprezzato i progetti con tweeter disassato e in maniera speculare sui due diffusori, rispetto al woofer (ProAc docet), permettendo maggiore versatilità nella loro disposizione in ambiente d’ascolto, al fine della miglior ricostruzione della scena sonora.

Non più tardi di una settimana, capita l’occasione d’acquisto di un integrato Pathos Classic One, prima versione, in condizioni addirittura pari al nuovo, posseduto per anni da un unico proprietario.

 

 

Foto n°1: Sonus Faber Concerto 1ª versione

 

A prescindere dai contenuti tecnici, ritengo personalmente il Pathos Classic One il più bell’amplificatore che mi sia mai passato fra le mani: estetica mozzafiato, ancorché insolita e spiazzante, con ottime finiture ed encomiabili accostamenti cromatici fra materiali assai diversi fra loro (acciaio lucidato a specchio, legno massello, plexiglass nero traslucido).  

L’impatto estetico non esaurisce certamente l’adrenalina audiofila: Il Classic One è anche un integrato ibrido, con stadio pre a valvole (una coppia di doppi triodi 6922) e sezione finale a stato solido in grado di erogare 50 watt continui per canale su 8 ohm, che diventano 95 watt su 4 ohm. Non solo: la sezione di potenza può essere posta a ponte trasformando il Classic One in un monofonico da 130 watt su 8 ohm.

La configurazione degli stadi finali è poi in classe A/AB ad alta polarizzazione, il cablaggio interno di segnale è realizzato con cavi in argento e il potenziometro di volume è motorizzato, gestito da un bellissimo telecomando di legno massello e acciaio. L’integrato possiede inoltre un ingresso bilanciato, che ne aumenta la versatilità d’uso strizzando l’occhio anche al settore professionale.

 

Foto n°2: Pathos Classic One, 1ª versione

 

Pensando ad una sorgente digitale per la fruizione di sola musica liquida anche ad alta risoluzione, l’interesse si è focalizzato su di un convertitore D/A esterno con risoluzione sino a 24 bit e almeno 96kHz. Nei primissimi anni 2000, tale tecnologia era già disponibile, sebbene limitatamente a realizzazioni dal consistente impegno economico d’acquisto.

Talvolta la fortuna aiuta gli audaci: fra l’usato di Audiocostruzioni trovo un North Star Design Model 192 a modico prezzo, peraltro il modello contraddistinto dal frontale in alluminio con finitura analoga a quella adottata su certa produzione Jeff Rowland.

Il Model 192 non montava ancora un chip di conversione in grado di raggiungere un upsampling a 192kHz, eppure le sue specifiche ne confermavano la capacità, ad una risoluzione di 24 bit.

Era forse stato adottato un sistema proprietario come quello progettato da dCS e denominato Field Programmable Gate Array, oppure i tecnici North Star avevano sviluppato un apposito software per i più avanzati DPS in commercio (es. Texas Instruments o Motorola)?

Lo stratagemma circuitale era un poco geniale ed efficace, seppure appena più articolato rispetto agli attuali sistemi di conversione. Infatti, il North Star 192 impiega un Crystal CS8420, avente funzioni di: ricevitore d’ingresso, di upsampler a 96 kHz e di innalzatore del segnale digitale a 24 bit;  un secondo chip, l’NPC SM5849 agisce quale ulteriore upsampler da 96 kHz a 192 kHz, il quale invia finalmente il segnale digitale audio all’ottimo dac Crystal CS4396, contraddistinto da caratteristiche elettriche anche oggi degne di rispetto.

 

Foto n°3: North Star Design Model 192 dac

 

Lo stadio di uscita è totalmente e pregevolmente realizzato con componenti discreti, polarizzato in classe A, ad alta corrente e con un basso tasso di controreazione.

In genere una simile attenzione verso quello che vari “addetti ai lavori” considerano lo stadio più importante per la musicalità dell’apparecchio, è di solito riservata ai progetti più esclusivi ed economicamente onerosi.

Le uscite differenziali del chip dac Crystal sono poi fra loro sommate, con lo scopo di migliorare ulteriormente il rapporto segnale/rumore dell’apparecchio.

L’alimentazione è sdoppiata grazie alla presenza di due ottimi trasformatori toroidali ed efficacemente filtrata attraverso un generoso stadio di livellamento.

Peccato solo che questo dac non sia stato dotato né uscite bilanciate, ma per un normale uso domestico la loro assenza non è da ritenersi una grave mancanza (piuttosto, un oculato risparmio…), né d’ingresso usb.

Per un collegamento privo di compromessi qualitativi pur senza spendere una follia, mi ha aiutato Davide di Audiocostruzioni, fornendomi una “chiavetta” M2Tech Hi-Face Two, una sorta di minuscola interfaccia digitale di conversione asincrona da usb a S/PDIF a forma di pendrive usb, di pregevole fattura ed ad alto contenuto tecnologico.

Questo piccolo ammennicolo digitale, funzionante sia su Windows, Mac o Linux, permette la gestione del flusso di dati digitali con una frequenza di campionamento / risoluzione fino a 192kHz/24bit, in conformità alle specifiche USB Audio 2.0. Al suo interno sono alloggiati inoltre due oscillatori di precisione al quarzo, contraddistinti da valori di jitter molto bassi. 

  

M2Tech dichiara che con tali oscillatori, alle normali temperature ambientali, sono garantiti tassi di jitter compresi fra 2-5 ppm, rispetto ai 50-100ppm eseguiti dagli oscillatori normalmente utilizzati su lettori CD commerciali.

Rispetto alla prima versione della Hi-Face (per intenderci, quella con involucro esterno plastico di colore bianco; questa seconda versione è di colore nero lucido), la Two presenta una facilità d’uso ed una versatilità migliorate: non sono necessari driver con computer Mac e Linux, mentre è necessario un unico driver standard per i computer basati su Windows. Mentre il precedente software offriva le modalità di trasferimento Direct Sound, Kernel Streaming e WASAPI, la nuova versione Hi-Face aggiunge anche la modalità ASIO, per consentire ai professionisti e ai più esperti in campo informatico, un’ottimizzazione d'interfacciamento col software audio utilizzato sul computer.

La chiavetta è chiaramente alimentata con i 5Vcc direttamente prelevati dall’uscita usb del PC.

Di seguito, le specifiche dichiarate dal Costruttore:

 

Connessioni: ingresso 1 x USB tipo A maschio; uscita 1 x RCA o BNC femmina;

I / O standard: ingresso USB 2.0 Audio formato; uscita S / PDIF Stereo o BNC formato audio digitale ;

Frequenza di campionamento: 44,1 kHz, 48 kHz, 88,2 kHz, 96 kHz, 176,4 kHz, 192kHz

Risoluzione: 16 bit fino a 24 bit

Dimensioni: 10.2 (P) x 2.2 (h) x 2 (w) cm

Alimentazione: 5V DC da USB bus

Temperatura di funzionamento: da 0 ° C a 70 ° C

Peso: 50gr ca.

 

Foto n°4: M2Tech Hi-Face Two

 

 

Accessori e cavi:

 

Le Sonus Faber esigono stand pesanti e afoni per potersi esprimere al meglio. Non ho mai particolarmente apprezzato quelli metallici, nonostante molti di essi possano essere riempiti di vari materiali smorzanti: per loro natura, i metalli risuonano ed hanno buona propensione a condurre anche le vibrazioni. Certamente le punte coniche permettono di scaricare tutto il peso su una superficie irrisoria (quella della punta) generando una pressione molto elevata sul piano d’appoggio, la quale contribuisce sia alla stabilità del tutto sia a una reiezione verso vibrazioni generate (diffusori) che indotte (calpestii). Difficilmente poi essi incanalano lo sguardo verso il piacere visivo, almeno quanto certi stand costruiti in calde essenze di legno massello, più adatti allo smorzamento delle vibrazioni piuttosto che a condurle e scaricarle a terra. Eppure, parecchi stand di legno anche griffati (e costosi) appaiono strutturalmente così striminziti da risultare addirittura scarsamente stabili, dunque irritanti.

Chiarendo tali personalissimi pensieri in un amichevole colloquio con Davide Sbisà, ecco che compaiono d’incanto due stand Zingali della serie Overture: benissimo! Sono italiani, bellissimi, solidi, molto stabili pur senza pesare un quintale, ingentiliti ai lati da un materiale composito smorzante di colore nero; il loro piano d’appoggio è anche perfetto per sostenere la base delle Concerto: aggiudicati!

Si giunge così all’annosa scelta dei cavi di segnale e di potenza; ne possiedo ormai così tanti da riempire un grosso scatolone, ma anche in questo caso le idee sono chiare: il cavo digitale coassiale è il partenopeo Megaride Audio Matrix 1, quelli di segnale dei BCD by Audio Analogue L.G.D., il cui prezzo di listino stride all’eccesso rispetto al livello commerciale delle elettroniche. Sul mercato dell’usato si possono fare, oggi più che mai, ottimi affari e i BCD L.G.D. vantano una tecnologia costruttiva affatto banale. Cavi di potenza: i miei amati Mamba sono troppo corti perché colleghino le SF Concerto su stand al Pathos; senza scomodare qualche mostro sacro dei collegamenti, sfruttando al contempo le connessioni bi-wiring dei diffusori, scelgo infine i MIT Terminator 2 Biwiring. Si, lo so, sono americani, ma la loro generosità sulle prime ottave potrebbe aiutare una certa parsimonia dei bassi erogati dal Pathos, nonché la limitata estensione delle Concerto al di sotto dei 50Hz.

Anche il notebook non è italiano (Toshiba), né il tavolino porta-elettroniche (Norstone) e neppure la multipresa filtrata così come i cavi di alimentazione (tutto Furutech), ma non importa!

L’intera catena d’ascolto è così concepita per la sola fruizione di musica liquida, che ormai costituisce almeno il 95% del mio patrimonio musicale, con un superiore margine d’attenzione per quella ad alta definizione.

 

                                                                                                                                   

L’ascolto

 

Dopo vari tentativi, le Sonus Faber hanno espresso la loro dote migliore (ricostruzione scenica) quando distanziate di circa 130 cm dalla parete di fondo e di 90-95cm da quelle laterali, ruotate affinché il loro virtuale incrocio assiale convergesse esattamente sul consueto punto d’ascolto nel mio ambiente abituale.

Gli stand Zingali sono stati dotati ognuno di tre piedini d’appoggio in gomma siliconica ad alta resistenza meccanica, di forma conica con vertice arrotondato e base adesiva, scovati fra gli scaffali di una rifornitissima ferramenta mantovana.

La quota complessiva del sistema comporta un’altezza delle mie orecchie, quando comodamente seduto sulla mia poltrona, compresa fra i due altoparlanti delle Concerto, condizione che ha permesso oltremodo una verticalizzazione assolutamente degna di nota, sicuramente non inferiore a quella proponibile da sistemi acustici di costo e dimensioni sensibilmente superiori.

Il trittico North Star-Pathos-Sonus Faber sa esprimersi su livelli qualitativi immediatamente apprezzabili e complessivamente lusinghieri su tutti i principali parametri d’ascolto.

Certamente, rispetto a catene composte da sistemi d’amplificazione allo stato dell’arte che pilotano dei sistemi floor-standing di alto cabotaggio, emergono con una certa chiarezza alcuni limiti, seppure non drammaticamente palesi.

Innanzitutto la dinamica complessiva, dunque il contrasto dinamico, non sono quelli delle JBL Everest D66000, seppure ampiamente soddisfacenti per ascolti a volume medio o medio-basso; anche la massa sonora, il suo peso specifico (percepibile forse più tattilmente dal corpo intero che non dal senso uditivo), dunque l’estensione e la possanza delle prime ottave udibili, infine la naturalezza d’emissione non raggiungono le vette stilistiche alle quali i palati audiofili più esigenti sono ormai abituati ed assuefatti. A volumi un poco più sostenuti del consueto, emerge una leggera sottolineatura del medio-alto, indurendo alcune armoniche e perdendo per strada una parte dell’omogeneità timbrica, che peraltro si attesta su voti in assoluto piuttosto alti.

Il resto, però, c’è tutto: raffinatezza timbrica, olografia acustica, focalizzazione dei vari piani sonori, dettaglio e attenzione ai microcontrasti dinamici, omogeneità tonale soprattutto nel fondamentale registro medio con particolare trasparenza ed intellegibilità delle voci (specie quando femminili).

Il timbro complessivo è piuttosto neutro, con lieve apertura sul medio-alto (caratteristica forse intrinseca di tutti e tre i prodotti italiani) che comporta comunque una gradevole freschezza al suono complessivo.

La scena acustica e la focalizzazione dei vari piani sonori sono decisamente entusiasmanti e pressoché inedite in questa categoria commerciale: nonostante sia il dac che l’integrato tendino a portare avanti l’immagine acustica, le Concerto (e la loro disposizione) ricreano una profondità scenica che va di pari passo con l’asse orizzontale, veramente e pregevolmente ben dilatato, senza difettare sulla quota verticale. Una simile impostazione si riscontra sovente con le elettroniche Audio Research, che da anni ci hanno abituato ad un’olografia del suono capace di riempire tutto il volume fra la linea dei diffusori e il retro.

Invito all’uopo all’ascolto del rarefatto e, a tratti, strumentalmente scarno “The Gift” di Susanne Abbuehl (2013, ECM 2322): la seconda traccia, “This and my heart” inizia con una deliziosa sequenza di accordi di pianoforte, sottolineata dal blando ma deciso ritmo percussivo del finnico Olavi Louhivuori.

Le prime battute dovrebbero immediatamente catturare l’attenzione dell’ascoltatore per la veridicità dei due strumenti, quasi tattili, che l’ingegnere del suono ha voluto evidentemente stagliare con nettezza nello spazio compreso fra il diffusore alla propria destra e il centro-immagine. Ecco, un simile risultato è stato reso possibile con i Klimo Kent Gold improved, pilotati dal mio Klimo Beag modificato a preamplificatore (grazie all’aggiunta di un attenuatore passivo di volume di alto artigianato a resistenze di precisione).

Le Sonus Faber Concerto “spariscono” completamente alla nostra vista, mentre il Pathos restituisce gran parte della magia ricreata dai Klimo: il risultato lascia comunque a bocca aperta, mentre la suadente e calda voce di Susanne si libra al centro della scena acustica a una quota pressoché prossima all’altezza reale della cantante, con una stabilità granitica e priva di fluttuazioni fra i due diffusori. L’incisione risalta ed esalta la tipica qualità ECM, avvantaggiando la naturalezza d’emissione.

Sottopongo il trittico ad un sound agli antipodi rispetto all’intimismo della vocalist bernese ed alla purezza timbrica degli strumenti acustici suonati dai suoi fedeli collaboratori (pianoforte, tromba e percussioni): mi riferisco ai trasversali The Knife ed al loro ultimo, notevole quanto ostico “Shaking the abitual” (2013, Rabid Records). Qui il ludico ascolto cammina fra experimental ed electro-art-rock, raccogliendo gli insegnamenti del Peter Gabriel più estremo e strattonando la Bjork più sperimentale.

Se la raffinatezza e l’educata emissione costituiscano gli elementi precipui del suono North Star-Pathos-Sonus Faber, i bagliori sintetici degli Knife preluderebbero ad un ascolto disastroso.

L’ottima trasparenza del convertitore Model 192, unita al cuore ibrido di Pathos, stupiscono nuovamente per la loro propensione anche verso suoni distorti, talora metallici, fra pulsazioni cibernetiche mutanti e ancora, discordanti.

Un prolungato ascolto di musica classica ad alta definizione 24bit – 96kHz (qualche titolo: Telemann – Double Concertos: Concentus Musicus Wien & Harnoncourt; Wilhelm Kempff – Beethoven Piano Concerto; Karajan-Berman - Tchaikovsky Piano Concerto No.1) conferma rigore timbrico e ricchezza armonica, che confluiscono in una raffinatezza espositiva sinceramente appagante.

L’upsampling a 192kHz del North Star, che ho sempre mantenuto inserito, riesce evidentemente nell’intento di spostare la frequenza di taglio ben oltre il limite superiore delle frequenze udibili, annullando qualsiasi rotazione di fase in banda audio.

Occorre precisare immediatamente che l'upsampling, in realtà, non migliora proprio nulla: secondo il progettista ing. Rampino, è piuttosto una soluzione circuitale priva di upsampling a peggiorare il suono, in particolare quando sono adottate soluzioni basate su filtri digitali a pendenza elevatissima il cui scopo è l’eliminazione delle spurie fuori banda con frequenza di taglio molto vicina alla stessa gamma udibile.

Se poi il successivo stadio d’uscita consta di un filtro analogico del secondo o terzo ordine con frequenza di taglio molto vicina all'estremo acuto udibile, ecco che si introducono rotazioni di fase più o meno evidenti nella banda audio. 

[Ecco cosa scrive lo stesso progettista…. Omissis…. Come può essere vista nel dominio del tempo una rotazione di fase? Supponiamo di avere uno strumento che, a un certo istante, emette una fondamentale e le sue armoniche; la fondamentale e le prime armoniche sono riprodotte correttamente mentre le armoniche superiori sono ruotate di fase rispetto alle prime armoniche e quindi vengono riprodotte ad istanti temporali diversi da quelli giusti….. omissis…].

Ma, infine, è la minuscola chiavetta M2Tech a compiere un piccolo miracolo qualitativo, a fronte di un esborso economico davvero plebeo: saranno i driver sensibilmente migliorati, ancor più le rivisitazioni circuitali interne, in ogni caso la fruizione di qualsiasi formato liquido lossless raggiunge prestazioni molto elevate, direttamente confrontabili con lettori CD o SACD di un certo impegno.

Per chi non è rimasto totalmente convinto dal suono degli ultimi chip SABRE a 32bit, per chi ancora non sa togliersi di torno obsolete unità D/A basate sul celeberrimo Philips TDA1541A-S1 e uscite valvolari o a discreti (a caso: Conrad Johnson DA-1, Lector Digicode) ma neppure è attratto dalla discografia liquida ad alta definizione, il piccolo M2Tech HiFace Two saprà ridare giovinezza ed attualità.

 

Conclusioni:

 

Questo trittico, grazie anche alla chiavetta M2Tech HiFace Two, vanta una sinergia del tutto peculiare: ogni partizione musicale è affrontata con una qualità equamente espressa su tutti i vari parametri acustici d’ascolto, senza che qualcosa prevalga e qualcosa sia eccessivamente offuscato.

In altri termini, ritengo di poter affermare che tale combinazione conduca direttamente in quell’hi-end schietta e sincera (perché è già questo, l’ambito di appartenenza di siffatto sistema) abiurando l’esoterismo elettronico e i costi faraonici, e con cui poter convivere anche per lunghi periodi senza pretendere oltre.

Senza alcun dubbio, tanto di cappello   .  Qualcuno già si chiederà: come migliorare ulteriormente?

 

Cristiano Nevi  - febbraio 2014

 

 

 

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