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Editoriali |
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Percorsi a ritroso Di Cristiano Nevi
B&W 683
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Di cosa si tratta |
Editoriale / Recensione |
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Scritto Da: |
Cristiano Nevi |
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B&W 683Sistema di altoparlanti di tipo dinamico, da pavimento, bass-reflexListino 2011 = €1390 / coppia
La sindrome audiofila è quella ben nota distorsione ed instabilità psichica che porta l’appassionato ad una perenne insoddisfazione nella riproduzione della propria musica preferita. Il vanto del possesso di ciò che è esclusivo ed “esoterico” (indicando con tale termine circuitazioni esclusive od assai particolari, od anche estreme soluzioni ibride fra varie tecnologie elettroniche, ecc), il blasone di certi marchi e di taluni apparecchi, sino a lambire il piacere dell’invidia di amici ed appassionati tutti, porta via via l’audiofilo ad un continuo cambio di elettroniche e di accessori nella vana ricerca di un obbiettivo impossibile da raggiungere: la riproduzione realistica di un dato evento musicale entro le classiche quattro mura domestiche. Non ripeterò il solito sermone per asserire insindacabilmente la mia perentoria affermazione, basti per tutti l’inconfutabilità del fatto che nessuna catena hi-fi potrà mai ricreare la maestosità esecutiva, la dinamica, la prospettiva, l’impatto (ed ogni altro parametro acustico) di un’intera orchestra sinfonica entro una stanza da 20-30m²! Se anche ciò dovesse avvenire, ci troveremmo virtualmente tutti i legni e gli ottoni a fiato conficcati nei muri laterali ed in quello posteriore: evento che personalmente non potrei mai tollerare!!! Ovviamente anche chi scrive talvolta soffre di questa astrusa malattia, eppure la miglior medicina consiste proprio nella volontà (dapprima) e capacità (poi) d’intraprendere un “percorso a ritroso”. L’ostacolo maggiore, per chi gode di un buon orecchio, consiste evidentemente nell’individuazione del medicinale; la metafora allude chiaramente ad un oggetto che, pur non costando uno sproposito, inserito con oculatezza nella propria catena di riproduzione, possa in qualche modo sortire un risultato complessivo uguale o addirittura maggiore di quanto già si possieda, sebbene ad una frazione del suo prezzo di listino. Girovagando nell’atelier di Audiocostruzioni durante un assolato primo pomeriggio di fine luglio, inizialmente mi sono imbattuto in una notevolissima coppia di B&W 803Diamond, pilotate in maniera tutt’altro che egregia da uno dei migliori sistemi di amplificazione attualmente disponibili sul mercato italiano: una coppia di finali monofonici New Audio Frontiers 845 Reference. Per poter possedere entrambi i manufatti, occorre sborsare una cifra equivalente addirittura all’acquisto di un’automobile di segmento medio! Eppure, contemporaneamente, nella sala d’ascolto principale l’integrato a stato solido di provenienza cinese (orrore!!! considerato che ha gli occhi a mandorla ed è un comunista repubblicano popolare) Xindak XA6950 pilotava in maniera veramente soddisfacente una coppia di sempreverdi ProAc D15, certamente con esiti più godibili di quanto ascoltato poco prima. Successivamente la mia attenzione cade su di una coppia di B&W 683 appena ritirata da un cliente ed ancora sparsa per il negozio: un progetto per molti aspetti simile alle più esclusive 803, di cui ricordo un ascolto fuggente ma lusinghiero, nulla di più! Davide Sbisà intuisce il mio interesse per questi diffusori ed asseconda la mia volontà di caricarmeli in auto per un attento ascolto con il parco elettroniche di mia proprietà. Il modello 683 non è recentissimo seppure ancora in produzione, essendo stato lanciato circa 4-5 anni fa, eppure ricordo l’eccezionale qualità dei trasduttori di serie, la cura progettuale pressoché pari a quella dedicata alla serie ammiraglia 800, le prestazioni strumentali di analoga rilevanza, ma anche il carico elettrico invero ostico alle basse frequenze offerto all’amplificatore. Certamente la finitura vinilica del mobile denuncia l’economicità complessiva del manufatto, ma trattasi infine di un dettaglio di marginale rilevanza ai fini della Musica. Senza indugiare oltre il lecito, sgombero lo spazio occupato solitamente dalle mie Totem Hawk per collocare le B&W683 a circa 120cm dalla parete posteriore orientando gli altoparlanti perpendicolarmente ad essa e a circa 110cm dalle pareti laterali. Inizialmente ho testato i diffusori inglesi con un front-end digitale costituito dal lettore Musical Fidelity X-Ray 24bit, sia in qualità di integrato che di sola meccanica in tandem col dac esterno Audio Alchemy DTI 2.0 + DDE 3.0 (cavetteria digitale Apogee terminata BNC di derivazione professionale), il tutto collegato dapprima ad un pre passivo giapponese Musica Att30, poi ad un Fase Controlsource 1.0 attraverso i cavi di segnale Proel Ultimate a comandare i sempreverdi monofonici Albarry M408II. Per i cablaggi di potenza, mi sono affidato a dei corti spezzoni di Mamba viola solid-core, un prodotto che all’inizio degli anni ’90 portò un certo spauracchio fra le più grandi griffe in auge all’epoca, per il suo fenomenale rapporto qualità/prezzo (circa lire 7500 per un metro sciolto). Una scelta obsoleta? Personalmente propenderei per un piccolo, ulteriore “percorso a ritroso”…… Il repertorio della musica da tavola (Tafelmusik) di Telemann ed alcune scorribande fra il blues di Smokin’ Joe Kubek ed la bossa nova di Ana Caram mi inducono a roteare le 683 di circa una decina di gradi verso il punto d’ascolto, avvicinandole poi a circa 90 cm dalle pareti laterali, in modo da raggiungere un risultato addirittura inaspettato nella ricostruzione scenica dell’evento musicale. Nel mio ambiente d’ascolto posso ora godere di una finestra molto ampia in tutte e tre le direzioni prospettiche, con una buonissima scansione e precisione dei vari piani sonori. Il centro-fuoco è assai ben saldo, con la voce di Ana Caram (The Other Side of Jobim, 1992, Chesky Records) che si staglia pressoché ad altezza naturale esattamente fra i due diffusori, appena arretrata rispetto al loro allineamento orizzontale, con le linee di basso e batteria più indietro e le percussioni davvero ben rifinite ed a tratti quasi realistiche, ora da un lato, ora dall’altro, non di rado anche oltre la posizione delle torri inglesi. La possente voce del jazz-singer Joe Williams mi conferma invece la leggera predilezione delle B&W verso le voci femminili, nonostante il timbro baritonale del cantante statunitense sia riprodotto giustamente pieno e caldo, così come deve essere e come hanno sicuramente voluto i tecnici Verve e Telarc nelle registrazioni datate anni ’90. Durante l’ascolto degli ultimi lavori dell’eccellente chitarrista Steve Khan, annoto sul mio taccuino una lodevole dinamica complessiva e, soprattutto, un’entusiasmante tenuta in potenza: anche a volumi via via più sostenuti, le coriacee 683 non si scompongono in nessuna porzione di frequenze, portando piuttosto alla corda gli Albarry, con un risultato che le mie Relco Delphi possono solo sognare e che sopravanza persino quanto ottenibile con le Totem Hawk. La proverbiale velocità di risposta ai transienti dei piccoli M408II appare magnificata dal lavoro del bellissimo midrange FST che, in tutta onestà, alle mie orecchie offre una prestazione addirittura in linea con quella offerta dall’analogo trasduttore montato sulla più recente serie 800 Diamond. Il basso è turgido, esteso e ben amalgamato col range medio di frequenze, con un comportamento acustico ed uno smorzamento che ricordano più da vicino la sospensione pneumatica, piuttosto che il caricamento in bass-reflex. La qualità complessiva esibita dalle B&W 683 mi induce a provare accostamenti più esclusivi: sostituisco la sorgente con il mio Lector CDP3 TL Reference di cui, non potendo sfruttare l’uscita bilanciata, utilizzerò le sole uscite a trasformatori e single-ended a valvole. In luogo del minuto pre passivo Att30, collego il mio Mastersound PH-L5 nell’esclusiva versione Signature al suo massimo livello (un invasivo up-grade condotto dai laboratori Top Line Audio di Istanbul, di cui vi invito a farne conoscenza sul sito http://www.toplineaudio.com/index_eng.html ). Di base si tratta di un ottimo preamplificatore valvolare il cui prezzo di listino attualmente supera di poco i 4000 euro ma che, nella versione in mio possesso, raggiunge un listino di vendita di ben 12.0000 dollari, peraltro in bella evidenza sul nuovo manualetto d’istruzioni redatto in lingua inglese (circa €8.000 con sconti inclusi secondo quanto riferitomi dall’appassionato che infine me lo ha ceduto): è certamente una timbrica completamente stravolta rispetto al progetto iniziale, ma la magnificenza dell’immagine acustica riprodotta e l’eccezionale naturalezza d’emissione sono veramente ai massimi livelli oggi ottenibili da questi “oggetti del desiderio” (e mio unico componente assolutamente “esoterico”, nell’accezione più ampia ed audiofila del termine). Qualcuno potrebbe obiettare un accostamento antitetico rispetto al fine che si prefigge questa rubrica: ad egli avrei risposto affermando la mia volontà di cercare i limiti delle B&W683, per meglio definirne i pregi in funzione del prezzo di vendita, ovvero per quantificarne in maniera il meno possibile soggettiva, il rapporto qualità/prezzo. Lasciando al loro posto i finali Albarry, è immediatamente accresciuta la naturalezza e la spontaneità d’emissione, la statura dell’immagine acustica, l’amalgama del medio col medio-acuto e con le frequenze affidate al tweeter. Anzi, in merito, nonostante la natura metallica della sua cupola emissiva, è proprio il tweeter a beneficiare dell’apporto timbrico valvolare del lettore e del preamplificatore: nessuna scatolarità scenica, nessuna compressione od avanzamento tonale anche ad alti volumi d’ascolto, incrocio completamente inudibile col midrange in kevlar, buonissima rifinitura armonica e trasparenza d’emissione. Certamente si tratta di un trasduttore comunque economico, nonostante possa beneficiare degli studi B&W più avanzati in seno alla serie ammiraglia ed ai progetti Nautilus più estremi, eppure la sua prestazione complessiva non mi sembra così distante dal tweeter diamantato montato sulla 803D o da quello montato sulle mie Totem, ma nemmeno così fallace rispetto alla grazia e raffinatezza timbrica dei progetti a nastro di casa Relco. Col Mastersound e l’eccezionale musicalità intrinseca dei progetti Lector, si esalta la prestazione del midrange FST, il cui intervento appare perfettamente amalgamato ed omogeneo all’emissione dei due woofer e del tweeter, oltre che contraddistinto da una goduriosa naturalezza d’emissione e bellezza timbrica, capaci di rendere piuttosto prossimi al loro timbro reale (incisione permettendo, of course) gli strumenti acustici a corda (davvero bellissimi i violoncelli e le chitarre con corde in nylon), i fiati in legno, persino i tamburi a percussione manuale, di cui si giunge a percepire persino la tensione delle pelli. La prestazione complessiva eguaglia, nel mio ambiente, sia le Relco Delphi che le Totem Hawk, sopravanzando entrambe almeno per l’escursione dinamica, la tenuta in potenza, l’estensione in frequenza, la modulazione dell’estremo grave. Le B&W 683 possiedono altre due peculiarità: i doppi connettori per un eventuale collegamento in bi-wiring o bi-amping (molti altri progetti vantano la medesima dotazione, ma dal mio punto di vista sui progetti davvero ben suonanti essa costituisce un pregio, essendo il sottoscritto un sostenitore della multi amplificazione); un carico verso l’amplificazione piuttosto ostico, specie nella zona del medio-basso e nelle immediate vicinanze verso le frequenze più gravi, indicativamente fra i 70 ÷ 200 Hz, ove l’impedenza raggiunge e scende sotto i 3 ohm, con rotazioni di fase negative. Per chi non digerisce l’elettronica, significa che in questa porzione di frequenze l’amplificatore “vede” un carico resistivo equivalente di poco superiore ai 2 ohm, in grado di mettere in ginocchio molti progetti valvolari, in particolare quelli basati su monotriodi a bassa potenza, così come svariati sistemi d’amplificazione a stato solido. Un veloce collegamento con i piccoli Dared VP-300b ha sortito un prevedibile alleggerimento e rimpicciolimento della statura prospettica e tonale, apportando una certa confusione nei passaggi più dinamici e ricchi di frequenze medio-basse, per un risultato complessivo purtroppo sensibilmente distante dai più potenti e nerboruti Albarry M408II. Alla ricerca dunque di una maggiore tenuta dinamica, impatto e consistenza armonica, sostituisco i finali inglesi con una coppia di finali stereofonici a mosfet di produzione Fase Evoluzione Audio, modello Powersource 1.0, realizzando infine una bi-amplificazione di tipo “orizzontale”, ovvero un finale posto al pilotaggio di un unico diffusore, piuttosto che dedicare le frequenze medie ed acute di entrambi i diffusori ad un finale di potenza e quelle gravi all’altro finale (bi-amping “verticale”), fermo restando tutto quanto a monte, ad esclusione dei cavi di segnale per il finale più distante dal mio tavolino Norstone, affidando il compito agli Alpha mod. Professional di lunghezza 3 metri. Ho lasciato invariati i cavi di potenza, usando quattro spezzoni non terminati di Mamba per ogni diffusore. Apro una parentesi: per tali aspetti, mi definisco un “purista” dell’audiofilia (che orrore, questi due vocaboli!!!), mal tollerando ogni forma di connessione che non sia il vero e proprio conduttore del segnale. Chiaramente, non è possibile evitare i connettori sbilanciati RCA o bilanciati XLR fra sorgenti ed elettroniche che, in ogni caso, introducono (almeno) delle piccolissime resistenze al passaggio del segnale audio, ma le ulteriori terminazioni in metalli più o meno pregiati d’uscita dell’amplificatore, i connettori maschi a banana, forcella o quant’altro dei cavi di potenza e, di nuovo, i connettori più o meno di qualità dei diffusori (magari poi cablati al loro interno con terminali faston o mammuth, vedasi crossover interno delle Totem Hawk) davvero pesano sulla mia psiche. Qualcuno ha mai provato a sostituire i ponticelli metallici dei doppi connettori dei diffusori con spezzoni non terminati di cavo di buona qualità e sezione? Ecco, questo è un tweaking che, “stranamente”, funziona! Ricordo all’uopo i commenti estasiati di una nota rivista di settore quando fece casualmente tale scoperta, promettendo poi un approfondimento tecnico su quanto osservato e diagnosticato ad orecchio. Per coloro i quali fossero completamente a digiuno di nozioni di elettrotecnica di base, basti focalizzare l’attenzione verso un possibile contatto lasco fra connettori maschio-femmina od anche fra le giunzioni terminali di un cavo: cosa e quanto si sottrae dalle informazioni contenute nel segnale musicale e cosa e in quale entità si modifica o si introduce nelle sue peculiarità elettriche? Ecco come i percorsi a ritroso fungano anche da momenti di riflessione! Or bene, i cavi Mamba sono costituiti da quattro poli intrecciati e singolarmente inguainati, ognuno realizzato con un solo filo di rame (solid-core) OFC ed infine argentato in superficie. Una volta spellati, questi cavi tanto semplici quanto geniali tendono ad ossidarsi ben più difficilmente rispetto al comune rame, oltre al fatto che la periodica pulizia (per esperienza diretta, è sufficiente una periodicità semestrale) con un prodotto specifico per l’argento ne aumenta la durata nel tempo, senza la necessità di un continuo “taglio di capelli”. Fortunatamente, il film coprente di metallo nobile vanta un certo spessore! L’intero sistema a monte delle B&W può reggere ora l’abbinamento con diffusori impegnativi e d’alto lignaggio, di certo ben oltre il segmento commerciale in cui s’inserisce il modello in prova. La timbrica dell’intero sistema non subisce alcuna modifica rispetto all’uso di un solo finale Fase Powersource 1.0, ma in bi-amping passivo cresce ulteriormente il peso specifico, l’ampiezza del fronte sonoro e la focalizzazione dei vari piani sonori (ancor più evidenti se rapportati ai piccoli Albarry M408II), la dinamica diviene ancor più entusiasmante, la tenuta in potenza delle B&W 683 non cede minimamente anche a sostenuti livelli d’ascolto. Colpisce con qualunque contesto musicale la contemporanea pienezza, possanza e naturalezza d’emissione, che rendono l’ascolto di queste 683 davvero piacevole sino a lambire l’entusiasmo. Il confronto mnemonico con i modelli superiori 703, 704 o CDM7, a mio parere pregevoli realizzazioni sotto tutti gli aspetti costruttivi ed acustici, ma per i miei gusti personali dal colore timbrico piuttosto chiaro e dalla profondità scenica non propriamente esaltante, mi fa infine preferire le 683. Rispetto alle ammiraglie 803, la gamma più acuta è meno raffinata e rifinita, ma la prestazione non dista poi così tanto dall’esclusivo e nuovo tweeter diamantato; il passaggio dalle ottave più acute a quelle affidate al midrange e l’intera gamma media da esso riprodotta sono incredibilmente confrontabili, al pari della profondità scenica. La gamma bassa appare forse meno immanente ed estesa, ma l’articolazione e l’intelligibilità non sono affatto dissimili. L’omogeneità e l’equilibrio d’emissione si pongono nuovamente sullo stesso piano, anche se la naturalezza e la fluidità del messaggio musicale appaiono ancor più avvincenti con le B&W 803D.
Conclusioni: La coppia B&W 683 rappresenta a mio parere la summa della strategia commerciale dell’azienda di Worthing (West Sussex – UK): un prodotto che ha beneficiato di tutte le più recenti ricerche ed innovazioni elettroacustiche riposte nei progetti più ambiziosi, per il quale nulla è stato lasciato al caso e, anzi, a ragion veduta realizzato con grande attenzione verso il miglior risultato raggiungibile; la qualità intrinseca di ogni singolo componente, sovente di livello assimilabile alla serie 800; una campagna pubblicitaria tesa all’introduzione dell’intera linea 68x sia nel settore audio-stereo che home-theater, supportata infine da un listino di vendita aggressivo, potenzialmente in grado di produrre dunque largo profitto alla Bowers & Wilkins. Alla luce delle prestazioni raggiunte nel mio ambiente d’ascolto, considero questa coppia di B&W 683 alla stregua di alcuni particolari prodotti che, più o meno recentemente, hanno costituito per le loro qualità intrinseche ed un rapporto qualità/prezzo elevatissimo delle pietre miliari nel campo dell’alta fedeltà: alludo alla sorgente analogica Rega Planar 3+RB300, all’integrato Naim Nait, sino ai piccoli diffusori RCL The Small e BBC LS3/5A, volutamente rimanendo nell’ambito della sola produzione britannica. Certamente oggi la situazione del mercato è profondamente diversa, oltre al fatto per nulla trascurabile che il modello 683 faccia parte di un’intera linea di prodotti commerciali, i quali ben presto saranno sostituiti dall’ennesimo aggiornamento in virtù del vortice di novità a cui l’attuale economia di consumo ci ha resi assuefatti. Mi spingo oltre: proprio la natura progettuale così spinta e ricercata delle 683, ne ha reso un prodotto tanto evoluto da renderlo paradossalmente un tantino ostico nel posizionamento in ambiente, negli abbinamenti e nel pilotaggio da parte dell’amplificazione. I B&W 683 sono sistemi d’altoparlanti adatti ad amplificatori muscolosi, potenti, stabili anche su carichi elettrici impegnativi e comunque ineccepibili sul piano prettamente timbrico: è possibile che più di un appassionato abbia avuto un’esperienza non del tutto positiva con l’acquisto di queste casse, se presumibilmente dotato di amplificazioni economiche o comunque sulla stessa linea commerciale delle 683. A questi prezzi, sono pochissimi i valvolari di grande qualità progettuale e realizzativa, mentre i multicanale a stato solido non sempre sono contraddistinti da una timbrica celestiale e da forti erogazioni su carichi bassi. Anche gli amplificatori stereofonici a stato solido di analogo segmento commerciale e pari qualità, sovente non superano i 40-50W/ch o, di converso, non possono possedere una sezione d’alimentazione di un certo dimensionamento. Tornando sul nostro percorso a ritroso, ecco che l’appassionato evoluto per le cui scelte personali o l’impossibilità di giungere ad un prodotto “definitivo” quale può essere un modello B&W 803D, non voglia comunque privarsi di diffusori full-range e di grande caratura acustica, le B&W 683 possono costituire un’opzione abbordabilissima (in particolare se ricercata nel mercato dell’usato) e quasi altrettanto efficace. Le 683 esigono un pilotaggio perentorio ma raffinato, quale può essere quello offerto dalle amplificazioni AmAudio (ad es. la classica accoppiata pre+finale A5 e A50) oppure Audio Analogue (l’integrato Maestro 70, la coppia Bellini e Donizetti) contemplando persino valvolari “entry-level” fra i migliori dell’arena hi-end (un esempio su tutti, l’accoppiata Audio Research LS7 - VT60). Le B&W 683 non sono certamente la panacea di valvolari di basso costo e potenza, così come non vedrei una grande sinergia con i triodi a riscaldamento diretto, nemmeno con i progetti push-pull o single-end parallelo basati sulle 211, 845 o 32B. Un eccezionale sistema di amplificazione quale effettivamente è il NAF 845 Reference (che in molti considerano fra i migliori al mondo, fra cui il sottoscritto), personalmente non mi è affatto piaciuto con le 803D, con l’aggravante di un ambiente d’ascolto acusticamente trattato: in molti altri abbinamenti, è un assoluto piacere per l’udito. Anche le B&W 683 possono esserlo, se opportunamente assecondate sia negli interfacciamenti che nel posizionamento in ambiente: lasciate costrette a ridosso delle pareti e magari usate quali frontali di un sistema multicanale, sarebbero letteralmente mortificate. Oltre al fatto che, per l’incredibile tenuta in potenza, adorano la bi-amplificazione: la Musica non è solo raffinatezza timbrica, nuances e dettagli reconditi, ma anche e soprattutto impatto, dinamica, velocità di risposta, assenza di distorsione e compressione, estensione delle frequenze riprodotte. L’orecchio allenato percepisce assai bene la carenza anche di uno solo di questi parametri, proprio perché il cervello confronta costantemente l’evento riprodotto col ricordo di un qualsiasi evento musicale reale (anche quello della Banda comunale che, per inciso, sovente sfodera un impatto stordente e variazioni dinamiche pazzesche in totale assenza di distorsione!). A casa mia, con le mie elettroniche, nel mio ambiente, le B&W 683 mi deliziano ben più delle Totem Hawk e delle Relco Delphi, pur riconoscendo a questi diffusori alcune peculiari superiorità di riproduzione (poche, per la verità, e circoscritte alla sola gamma altissima e/o all’immagine sonora ed ambienza dell’evento musicale riprodotto, incisione permettendo). E pensare che, per i miei gusti personali, non ho mai particolarmente apprezzato l’impostazione timbrica B&W e KEF: evidentemente, avevo bisogno di fare qualche passo…… a ritroso.
CD ascoltati: - Bonnie Prince Billy – Beware (2009, Domino) - Telemann – Tafelmusik (2008, Brilliant Classics, cofanetto 100CD per Audioreview) - Sara K. – Hobo (1997, Chesky JD155) - Ana Caram – The other side of Jobim (1992, Chesky JD73) - Joe Williams – Feel the spirit (1994, Telarc) - Kelly Joe Phelps - Tap the Red Cane Whirlwind (2005, Rykodisc) - Joe Henry – Civilians (2007, Anti) - Joe Henry – Blood from Stars (2009, Epitaph) - Smokin’ Joe Kubek – Steppin’ out Texas style (1991, Bullseye Blues) - Steve Khan – The green field (2006, ESC 03705-2) - Mick Harvey – Two of Diamonds (2007, Mute) - Bellowhead – Burlesque (2006, Westpark Music 87132) - O.S.I. – Office of Strategic Influence (2003, SPV)
Cristiano Nevi - musicofilo, audiofilo senza troppe fisime e libero recensore – agosto 2011
La mail di Giuseppe
ciao mi chiamo giuseppe Ho
letto la tua lettera sul sito di audio costruzioni
intitolata percorsi a ritroso, e volevo invecie chiederti se
eri interessato a fare un percorso futuristico, riguardo
all'ascolto della musica. Con i sistemi e la filosofia
propinataci fino ad oggi dai vari costruttori,
non si può ascoltare la Musica senza avere appunto quel senso di
insoddisfazione, che si riscontra in tutti gli appassionati di musica,
non parlo di quelli che inseguono le marche e le mode solo per
dire io ce l'ho. io ho costruito le casse per conto mio perchè sul
mercato non ci sono costruttori che utilizzino sistemi audio
con una concezione diversa, quindi non ho avuto altra scelta,
sicuramente l'ascolto è diventato più realistico. se la cosa
ti interessa e hai voglia di ascoltare con le tue orecchie e
trarne le tue conclusioni fammi sapere ciao
La risposta di Cristiano
La mail di Giuseppe
Ho
pensato a lungo, prima di rispondere al tuo contatto, solo per non
urtare le tue convizioni che, come tali, vanno assolutamente rispettate. La mail di Michele:
Ciao Cristiano. Per caso giarando qua e la' sui vari siti ho
trovato la tua analisi sulle suddette in oggetto
premetto subito che io saro' un po' di parte nel commentare.....avendo
due coppie di 683 collegate in biamplificazzione con due Luxman
M03 governati da un C03 lettore cd Audio Analogue
Paganini....cavi di potenza Sommercable elephant 4x4....cavi
di connessione in argento e rame....sono pienamente d'accordo con
la tua analisi ma sopratutto sul fatto che la maggior parte di
tutto cio' che si ascolta per inciso è di sovente mal
registrato o registrato a piacere e gusto del tecnico addetto al
momento alla registrazione oppure alterato da strumenti
per la riproduzione non messi a punto sempre dal suddetto......
o addirittura in alcuni casi forse vengono usati prodotti per la
riproduzione scadenti.....è anche vero pero' che una riproduzione
chiamasi proprio cosi'riproduzione....non sara' mai pari
alla realta'.... quindi accontentiamoci di cio' che offre il
mercato....poi esistono a mio parere quelli....che non
ascoltano musica per il piacere di ascoltare musica....ma ascoltano il
suono...e giu' a provare
La risposta di Cristiano
Carissimo Michele,
Però, la soddisfazione è insita nella tua e-mail e nel suo più intimo
contenuto, che non ha bisogno di alcun commento ulteriore. Che
dire ancora, sulle 683: sono ottimi diffusori, un poco ostici, ma se
si azzeccano gli abbinamenti sanno suonare in modo ampiamente
soddisfacente. E, si, amano le amplificazioni potenti e capaci di
grandi erogazioni istantanee di corrente: ho provato
addirittura ad abbinare alle 683 i miei magnifici monofonici
New Audio Frontiers 845 Reference eppure, ferma restando una
timbrica complessiva ed una resa delle voci entusiasmante,
queste B&W suonano meglio con un ben più "terreno" Fase
Powersource 1.0 (magnifici 100W/ch a mosfet su 8 ohm, che se la battono
ad armi pari coi grandi bestioni a stato solido d'oltre oceano costando
una frazione del loro prezzo di listino...... anche questa piccola
verità fa male, a me per primo quando me ne resi conto, anni fa).
Attenzione: le mie sono esperienze del tutto personali, scaturite negli
anni con i miei impianti ed i loro abbinamenti, nel mio ambiente
d'ascolto e con le mie percezioni sensoriali. In
un ambiente domestico acusticamente non trattato, se non
limitatamente all'oculatezza dell'arredo, si raggiunge purtroppo un
limite qualitativo quasi invalicabile, se non per piccolissimi
miglioramenti assolutamente non proporzionali alla spesa sostenuta in
fase di up-grade impiantistico: a poco serve cambiare ampli, cavi,
sorgenti, quando le riflessioni, le sovrapposizioni e le cancellazioni
di porzioni di frequenze saranno sempre presenti e sono sempre, più o
meno, le medesime. Ti esorto a contattarmi ogni volta che tu ne
sentissi l'esigenza: nel limite del possibile, considerati
gli impegni quotidiani famigliari e lavorativi, risponderò
sempre volentieri. Un cordiale e sentito saluto, grazie
PERCORSI A RITROSO
Percorsi a ritroso: elettroniche, diffusori ed accessori di gran classe del recente passato oppure apparecchi economici che, per le loro peculiarità musicali, si contraddistinguono a tal punto da imporre all’appassionato una riflessione assai critica: vale veramente la pena svenarsi per le migliori griffe e le più blasonate, esclusive, esoteriche elettroniche od, anzi, il miglior risultato è raggiunto concentrando tutte le proprie risorse nella sinergia fra valide apparecchiature e l’ambiente d’ascolto? Questo nuovo spazio si pone il compito di dare voce ai cosiddetti “figli di un dio minore” con lo scopo di fornire preziose indicazioni soprattutto al neofita ed all’appassionato non disposto ad investire troppo nell’hardware a discapito del software musicale che, infine, costituisce il perno centrale su cui si sviluppa l’hobby dedicato alla riproduzione audio in ambito domestico.
MUSICAL FIDELITY V-dac II Unità esterna di conversione digitale/analogica (dac) Listino 2011 = €270 A volte occorre sin da subito giocare a carte scoperte. Come nel caso dell’unità di conversione D/A Musical Fidelity V-dac II che, per le qualità espresse nei vari abbinamenti col mio impianto domestico di riproduzione musicale, mi ha in breve posto nelle condizioni di una scelta editoriale: inserire il V-dac II nella sezione dedicata alla musica liquida, ovvero in quei percorsi a ritroso dedicati alle grandi apparecchiature dal costo piccino. Se la logica avrebbe optato per la prima scelta, anche in considerazione del fatto che sino a poco tempo fa trascorrevo ludiche ore con l’HRT Music Streamer II, infine il cuore ha stabilito per la seconda, per cui mi sforzerò nelle prossime righe di darne adeguata spiegazione.
Lo chassis è ora elegantemente realizzato in alluminio estruso, poco più grande di un pacchetto di sigarette, nonostante abbia mantenuto quella foggia spartana invero più consona ad apparecchiature professionali prive di fronzoli: sul lato posteriore compaiono soltanto le due uscite rca, su quello anteriore un ingresso usb, un ingresso coassiale rca, selezionabili mediante una piccola levetta fra essi interposta, oltre al piccolo jack femmina per l’alimentazione, fornita da un piccolissimo alimentatore esterno. Ma è all’interno ove si celano i più cospicui cambiamenti rispetto alla prima release: ora tutto il circuito stampato è realizzato con tecnologia SMD, ove ordine e razionalità regnano sovrani. L’interno del V-dac II sembra piuttosto un componente hi-end di alto cabotaggio anziché un economico convertitore. La profonda rivisitazione del progetto scaturisce, secondo la stessa Musical Fidelity, dall’elevata popolarità riconosciutagli dagli appassionati audiofili che hanno “de facto” eletto il primo V-dac tra i più richiesti DAC esterni, con l’unica ma palese critica relativa proprio alla sua estetica. Tenendo conto che negli ultimi anni la multimedialità ha avuto una fortissima penetrazione di mercato e che le uscite audio digitali dei più comuni personal computer e notebook siano affette da jitter o comunque non garantiscano prestazioni elevate, nel nuovo V-dac II è stato aggiunto un ingresso USB asincrono, di cui era sprovvista la prima versione e per la quale era stato introdotto il componente esterno V-LINK a cui poterlo abbinare. In altri termini, il V-Dac II combina ora la tecnologia di conversione a 24bit e 192kHz upsampling reclocking, con la performance dell’USB asincrono, al pari di quanto offerto dai più agguerriti concorrenti quali NuForce o HRT. Musical Fidelity dichiara delle caratteristiche degne di progetti di ben altro costo, come una distorsione bassissima (0.002%), basso rumore, eccellente linearità e basso jitter, separazione stereo pari a –105dB.
Gli abbinamenti e l’ascolto Il piccolo V-Dac II è da alcuni mesi sballottato fra i preamplificatori Labtek Nautilus, Threshold Fet Ten HLe, Rose RV23s, RS Acustica Venice Two, i finali di potenza Fortè Audio model 4, Labtek Nemo, Ming-Da MC-845C, Albarry M408II, una coppia di finali artigianali in classe D basati sul circuito Fenice 100 a ponte; i sistemi d’altoparlanti B&W 683, Monitor Audio Studio Monitor 20 e Gold GX300, Infinity RS-5K, in tutte le combinazioni possibili. L’unica costante è rimasta la sorgente, per la quale mi sono affidato al solito notebook Acer Aspire 5742G, irreprensibile nel funzionamento grazie alla sua tecnologia basata sul chip Intel Core i5-450M, con sistema operativo Microsoft 7 Home Premium 64bit e media player Foobar2000 v1.1.10 beta2 Free. I miei riferimenti sono stati l’accoppiata Audio Alchemy DTI2.0 + DDE 3.0 e l’HRT Music Streamer II. Le seguenti sensazioni d’ascolto faranno riferimento essenzialmente al sistema d’amplificazione Threshold-Forté, su cui mi ero affidato per la recensione del dac HRT. Il Musical Fidelity V-dac II cattura subito l’attenzione per la fluidità ed una naturalezza d’emissione davvero disarmanti, ovviamente con file musicali non compressi in formato flac e ape; non vorrei essere l’eretico di turno ma, di fatto, la sensazione è quella di essere al cospetto di una buona sorgente analogica. Rispetto all’HRT Music Streamer, l’impostazione timbrica appare velatamente più calda, armonicamente più completa, contraddistinta forse da una gamma medio-bassa in leggera evidenza e da una gamma media molto ricca. La risoluzione armonica si attesta pertanto su quote elevate, certamente non deficitarie nei confronti di quanto offerto da progetti ben più ambiziosi: si ascoltino all’uopo gli Ozric Tentacles nel loro variegato “Erpland”, in cui la risoluzione dei suoni sintetici si sposa alla perfezione con quelli elettrici di chitarre e basso, mantenendo un’omogeneità tonale che ricorda appunto il buon suono analogico. Certamente, i fuoriclasse Audio Alchemy infine prevalgono per la quota dimensionale della scatola sonora e per il peso specifico del suono, ovvero quella completezza del messaggio musicale che più di altri parametri tende ad avvicinare la riproduzione all’evento musicale originale ma, immaginando di dover “perdere” la coppia californiana, potrei comunque sopravvivere egregiamente anche con i servigi offerti dal piccolo V-Dac II. Ritorno sulle partiture del Piano Concertos K.271, 453, 466 di Mozart eseguite da Keith Jarrett per la ECM (Ecm1624): il V-Dac II le affronta assai dignitosamente, restituendo un pianoforte credibile, omogeneo, di dimensioni prossime alla realtà, ben disegnato al centro della scatola sonora. Dello stesso artista ascolto dunque il celebre Koln Concert in versione liquida a 24 bit / 96kHz: il risultato è veramente appagante, la risoluzione e la trasparenza molto buone in assoluto, la ricostruzione scenica ed i vari piani sonori ricordano ancor più da vicino il buon suono di un front-end analogico inglese, tipicamente Linn od anche Roksan. L’abbinamento con le nuovissime Monitor Audio GX300 Gold avvalora ulteriormente la ricchezza armonica della gamma media, completando anche verso l’estremo superiore un quadro sonoro di rara eleganza per la classe merceologica del piccolo V-dac II. Ciò che più mi ha impressionato, sia con le generose B&W 683 che, ancor più, con le notevoli GX300, è l’estensione e la risoluzione della gamma bassa di cui il Musical Fidelity è capace: le basse frequenze ci sono, eccome, ben amalgamate col medio-basso, magari non possenti quanto quelle offerte dai migliori convertitori attualmente sul mercato (che, per inciso, costano 50-100 volte tanto!!), ma più che soddisfacenti con casse generose ed estese. Guardo con un certo compiacimento lo striminzito alimentatore fornito di serie, voluminoso quanto o poco più di una scatolina di caramelle Tic-Tac: evidentemente il consumo del circuito di conversione è bassissimo, oltre al fatto che funzionerà sicuramente a 5 Vcc, per cui i 12V uscenti da questo piccolo scatolotto sono pertanto ulteriormente filtrati e rettificati all’interno del V-Dac II. Ebbene ciò che il mio apparato uditivo ha appurato, è stata l’estrema silenziosità del Musical Fidelity V-Dac II, a conferma delle caratteristiche elettriche dichiarate. Come suonerebbe questo piccolo convertitore con un’alimentazione simile a quella approntata sui migliori preamplificatori Am-Audio?? Non soffermiamoci troppo su tali considerazioni, potremmo mai scoprire che poi il V-dac II suonerebbe in maniera pericolosamente prossima ad un Wadia, un Weiss, un dCS? Sfruttando l’ingresso coassiale, grazie ai servigi della mia meccanica Monrio Bit-Match, le considerazioni non si discostano da quanto appurato attraverso l’ascolto di musica liquida, salvo il fatto che non si raggiunge la risoluzione e la naturalezza d’emissione dei formati a 24 bit – 96 kHz che, davvero, hanno talvolta (dipende dalla qualità della registrazione, indipendentemente dalla risoluzione) una marcia in più, arrivando a lambire la musicalità del segnale analogico. Un’annotazione, che al momento cito ripromettendomi di approfondire: ascoltando vari album sia in CD che in formato “liquido”, ho avuto sensazioni opposte, ma mai con lo stesso disco. Talvolta mi è parso di preferire il lettore CD, in altre occasioni il notebook. E’ possibile che in questi casi sia stata la qualità di registrazione del software a prevalere sulle prestazioni hardware. Conclusioni: Analoghe ed ancor più ovvie rispetto al concorrente HRT Music Streamer II, provato per Audiocostruzioni pochi mesi or sono: Ø un prezzo di vendita sostenibile da qualsiasi potenziale acquirente, persino dal liceale o dall’universitario squattrinato per le spese già sostenute in tecnologie informatiche; Ø semplicità d’uso; Ø dimensioni davvero contenute, un altro prêt-à-porter dell’alta fedeltà (che sia una nuova moda?); Ø progetto e costruzione al pari di analoghe realizzazioni tipicamente hi-end; Ø come nel caso del Music Streamer II di HRT, le sue prestazioni complessive potrebbero permettere all’utente anche occasionale o non particolarmente attratto dall’alta fedeltà, un possibile salto qualitativo eclatante, per un potenziale reclutamento di nuovi adepti fra le ormai striminzite schiere di audiofili; Ø Al contempo, le sue qualità complessive possono già soddisfare e persino stupire l’appassionato navigato. Un solo accorgimento: se si possiedono cavi di segnale nei vari formati boa, pitone od anaconda (qualcuno ricorderà certi cavi Shinpy?) o, più semplicemente, cavi un poco più rigidi del solito, sarà un gioco da ragazzi vedere il povero V-Dac II impennarsi come una moto da cross: un poco di Blue Tack potrebbe tornar utile. In definitiva: un grande suono ad un prezzo piccolo; tale da meritare la recensione nei nostri “Percorsi a ritroso”. Senza alcun dubbio, tanto di
cappello
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