EDITORIALI

Un editoriale al mese di Cristiano Nevi

EDITORIALE  SETTEMBRE 2021

Riflessioni d’ascolto: multiamplificazione, anzi, mono-amping

 

 

DI CRISTIANO

 

 

 

L'ARTICOLO

 

La letteratura tecnica disponibile nel web, sostenuta anche da misurazioni di laboratorio, appare piuttosto abbondante.
Per chi non digerisse lingue diverse dall’italiano, consiglio caldamente l’articolo redatto da Renato Giussani e direttamente disponibile sul suo sito internet: http://www.renatogiussani.it/la-multiamplificazione-passiva/ ., i cui contenuti sgretolano alcuni dei tanti luoghi comuni che da sempre popolano la fantasia audiofila.
Personalmente ho perseguito, con perseveranza nel tempo, svariate esperienze domestiche di multiamplificazione affrontando dapprima la biamplificazione passiva, orizzontale e verticale, infine ho sempre preferito il mono-amping possibilmente associato al biwiring (qualora i morsetti dei diffusori avessero potuto consentirlo).
Embè? E chissenefrega, qualcuno potrebbe pure proferire!

La mia attuale collezione hi-fi contempla ormai da diverso tempo una coppia di diffusori Totem Arro, ultima revisione, un modello che conosco da sempre avendone posseduto in passato la prima release.
E’ un progetto elettroacustico che amo-odio ed è proprio per tale dicotomia sentimentale che continuo a tenermelo stretto: adoro le Arro per la straordinaria plasticità della scena acustica, l’enorme palcoscenico, l’assoluta capacità di scomparire all’interno dell’immagine sonora, la notevole velocità di risposta ai transienti e l’altrettanto rimarchevole articolazione del basso (parametri d’ascolto per me imprescindibili); al contempo le odio per quei limiti fisici imposti dal progetto medesimo e dal quel fantastico wooferino Peerless che comunque alleggerisce la tonalità complessiva del diffusore, limitando sensibilmente l’estensione verso le prime due ottave udibili e ricreando così sonorità non propriamente materiche.
Abbinamenti non sinergici possono sortire delle sonorità eccessivamente spostate verso il medio-medioalto, ovvero con un’avvertibile carenza di densità acustica che sarebbe avvertita come un’eccessiva arretratezza della gamma media.
Sono quegli stessi limiti che introducono particolari accorgimenti nel posizionamento, prima fra tutti l’assoluta necessità di alzare i diffusori tanto da allineare alla stessa quota le orecchie in posizione d’ascolto col baricentro tweeter-woofer.
La straordinaria focalizzazione di queste mini-towers è raggiunta solo con i due diffusori ben distanziati fra loro e disposti quasi in “campo libero” (molto distanti dalla parete posteriore e comunque piuttosto distanziati anche dalle pareti laterali), col rovescio della medaglia di una gamma bassa scevra da rinforzi murali.
Eppure, in ambienti d’ascolto raccolti (entro 15-20 mq) le Arro manifestano potenzialità davvero inaspettate che, associate alle loro dimensioni, alla linearità del design ed alla tipologia e disposizione degli altoparlanti, le rendono assolutamente adorabili!
In altri termini, per il sottoscritto, le Arro continuano a costituire una sfida, rimanendo, per i parametri descritti più sopra, le mie preferite fra i vari modelli Totem da pavimento posseduti o comunque ascoltati a più riprese in “ambienti controllati” (Shaman, Hawk, Forest, Tribe e Sttaf).

L’interminabile chiusura delle frontiere regionali per l’emergenza da Covid-19 non ha certamente impedito ad Audiocostruzioni di inviarmi un amplificatore integrato multicanale, ritirato usato ma in condizioni da vetrina, sul quale è caduto il mio interesse: un Dussun D9.
Orrore!!!! Un accrocco d’alluminio multicanale e pure cinese: una ciofeca a prescindere che per forza deve suonare in maniera pessima! (Breve digressione: dunque potrò mai essere attendibile? Giammai, altrimenti scriverei per Stereophile, of course.)
Questo Dussun/Korsun è dotato di: un controllo di volume telecomandabile ma non basato su un consueto potenziometro logaritmico motorizzato; cinque distinti finali di potenza da 120W/8ohm cadauno; una mostruosa sezione di alimentazione (la copertura metallica del/dei trasformatore/i toroidale/i non solo presenta un diametro esagerato, ma sfrutta quasi tutta l’altezza dell’imponente chassis).
Inserito inizialmente nella mia abituale catena d’ascolto, questo integrato mi ha colpito sia per un’elevata ed omogenea qualità dei vari parametri acustici, sia soprattutto per il peso specifico della sonorità riproposta. Con le mie Vienna Beethoven Grand il suono in stereofonia è apparso grande, maestoso, materico, con alcune registrazioni persino eccessivo, almeno nel mio raccolto ambiente d’ascolto.

Or bene, tento un collegamento azzardato con le Totem: quattro finali di potenza del Dussun D9 a pilotare ognuno dei quattro altoparlanti complessivi delle Arro, ovvero, Front e Rear Right collegati a woofer e tweeter del diffusore destro, Front e Rear Left collegati a woofer e tweeter del diffusore sinistro. Ovviamente ho dovuto utilizzare una doppia coppia di cavi di potenza.
Hanno completato l’impianto: un laptop per musica liquida collegato all’inedita accoppiata digitale Gustard U16 / MSB Power Dac Gold Four ed un lettore DVD Marantz DV9500 come meccanica di lettura CD.
Amplificazione di controllo disponibile in questo periodo d’ascolti: integrato Praecisa Sonoro; preamplificatori MPN Audio P1, Klimo Beag e Cary Audio SLP-90; finali di potenza Mark Levinson 29 mkII (che sarebbe poi il 29,5, ma questo modello non ha stranamente beneficiato del suffisso “.5”), Albarry M408, Moth 30.
L’apposito vano inferiore delle Totem Arro è stato completamente riempito con bentonite, inoltre ho apportato una pesante modifica al loro basamento, posizionandole infine su di una base di marmo rosa disaccoppiata con punte coniche, ovviamente di fornitura Audiocostruzioni, portandole ad un’altezza massima dal suolo pari a 105cm.
Al fine di estendere l’emissione delle frequenze più gravi, ho successivamente abbinato una coppia di sub-woofer servocontrollati Velodyne MicroVee, gestiti da un preamplificatore passivo Tisbury Audio.

Che dire? In tale assetto di quadri-amplificazione monofonica, le Arro hanno mantenuto tutte le loro eccezionali qualità prospettiche, riproponendo un palcoscenico virtuale che “dava persino i punti” (nel mio ambiente d’ascolto, aspetto che sottolineo con vigore) alle Vienna Acoustics nonché ad una celebre coppia di Sonus Faber dell’era Serblin, altrettanto minime e famose per l’impeccabile ricostruzione dell’immagine acustica.
In questo stesso ambiente d’ascolto raramente ricordo risultati superiori, nonostante la miriade di elettroniche e sistemi d’altoparlanti anche di fascia hi-end che hanno popolato negli ultimi anni la mia mansarda.
Sebbene queste Totem possano già suonare benissimo anche con amplificazioni valvolari di bassa potenza, ho percepito piuttosto distintamente un giovamento della loro escursione dinamica, rispetto ad un normale pilotaggio stereofonico; in parole povere, abbondanza di corrente e watt sembrano assai graditi alle piccole Arro.
L’assetto timbrico generale ha beneficiato sensibilmente delle peculiarità sonore del Dussun D9 (ripeto: sarà anche cinese, ma suona bene quanto analoghi progetti occidentali che, a parità costruttiva e progettuale, probabilmente vantavano prezzi di listino superiori), riproponendo un suono più ricco e presente anche nei range di frequenze che danno la sensazione di maggior calore al suono (basso superiore, medio-basso), pur mantenendo la peculiare presenza, estensione ed articolazione delle gamme di frequenza superiori.
Certamente il graduale inserimento dei Velodyne ha completato il suono fornendo persino immanenza nei pieni orchestrali e negli spunti dinamici più esplosivi.

Di nuovo: embè?
Sono pedante, lo so, ma mi ripeto: l’alta fedeltà è anche una ludica sperimentazione che talvolta e con un pizzico del cosiddetto “fattore C” può comportare risultati di piena, appagante, godibilità musicale, magari ad una frazione del prezzo complessivo da sostenere per un analogo sistema hi-end.
Talvolta, la sinergia degli abbinamenti crea delle magiche alchimie acustiche altrimenti inspiegabili, a qualsiasi livello economico.
In tal senso, il preamplificatore passivo a matrice di resistenze Tisbury Audio Mini Passive Preamplifier II (poco meno di 200 euro per l’acquisto diretto presso il costruttore inglese) ne è un esempio eclatante: con i giusti accoppiamenti (es. Albarry M408) la sua musicalità ha posto seriamente in imbarazzo alcuni dei miei preamplificatori multimilionari del presente e del passato (quando ancora in Italia circolavano le lire, of course).
Ma questo è un altro argomento, cui magari dedicherò un prossimo editoriale.
E la mia, dopo quasi 40 anni di esperienza d’ascolto stereo e 16 di analisi tecnica sensoriale (seppure in altro ambito), non è suggestione acustica: solo, una semplice ma felice constatazione.
Attenzione, le mie considerazioni rimangono circoscritte ad una data e non replicabile condizione: la risultante delle mie elettroniche, del mio ambiente d’ascolto, del mio udito, della mia precipua esperienza sensoriale-uditiva, delle mie preferenze timbriche.
In estrema sintesi, consideriamola una dritta.

Ottimi ascolti con meditazione.


Cristiano Nevi –  settembre 2021
( per contatti: http://www.audiocostruzioni.com/p_u/amici/cristiano-mn/cristiano-mn.htm

 

 

 

 

Home