Storie di Hi-Fi    di Cristiano     

A M’ARCORD

Appunti Storici di vent’anni fa:

Macchine da musica mid-class che hanno spalancato le porte all’hi-end  - 1ª parte                                

 

Fra la seconda metà degli anni 80 e la prima metà dei ’90, l’alta fedeltà più esclusiva visse un periodo intenso, vigoroso, sia per la poderosa spinta fornita dallo sviluppo dell’era digitale che per un’affermata consapevolezza dell’inconsistenza di certi luoghi comuni e di prestazioni strumentali che ben poco avevano a che spartire col responso musicale, grazie anche al livello conoscitivo e tecnologico raggiunto in campo elettroacustico e, non ultimo, all’opera educativa ed al percorso formativo introdotti da alcuni grandi tecnici e giornalisti illuminati di settore.

Se quegli anni videro l’affermazione e la consacrazione di assoluti pesi massimi come ad esempio Mark Levinson, Audio Research, Cello, Spectral, Krell, Infinity, Sota, Oracle, B&W, Sonus Faber, Accuphase, Wadia, Audio Note, Goldmund, attraverso prodotti che ancora oggi vivono di fulgida luce propria, un fervido sottobosco di produttori, fra cui alcuni forse meno noti,

 partorì alcune opere certamente assai minori nel prezzo ma capaci di una riproduzione musicale di altissimo livello e di un contenuto tecnico non banale, tali da renderli “simpatici” e comunque stimati anche agli occhi degli audiofili più spocchiosi.

Personalmente, in quegli anni passavo dalla condizione di studente a quella di lavoratore alle prime armi, ovvero di squattrinato cronico che non poteva nemmeno permettersi di sognare i prodotti di punta dei Costruttori sopraccitati (semplicemente, li ignoravo perché matematicamente irraggiungibili), fantasticando  piuttosto di altre apparecchiature quando ancora nella mia mansarda da celibe la musica fruiva da un discreto sistema Thorens-Ortofon (cdplayer Pioneer) – Nad – Jbl.

Col tempo e con i sacrifici che hanno lastricato la storia di quasi tutti noi audiofili, alcune di queste elettroniche riuscirono ad entrare fra le mie mura domestiche mentre altre furono assimilate da mio fratello maggiore, altre ancora metabolizzate da tanti ascolti in casa di amici.

Ecco, lo scopo di questo articolo è soltanto un tuffo di un passato che definirei semi-vintage, magari per ripescare qualcosa che ancora oggi sarebbe in grado di imporre la propria personalità, in barba all’attuale frontiera del made in China e dintorni e, più in generale, ai tanti listini spesso inguardabili.

Magari, soltanto un pretesto per un amarcord di prodotti intrisi di affezione e di grandi soddisfazioni, poi perduti in cerca di un’irraggiungibile chimera della perfezione sonora nella riproduzione musicale in ambito domestico. Di seguito, rigorosamente senza ordine logico o di merito, il mio personalissimo elenco:

 

 

Dac - Audio Alchemy DDE v1.0: in piena epoca del digitale no-compromise a più telai, a cavallo del 1990 giunge dagli USA un convertitore esterno al contempo depistante e geniale, un nanerottolo di poco più grande d’un palmo di mano capace di prestazioni complessive prossime ai migliori progetti del periodo, ma ad una frazione del loro prezzo. Inizialmente commercializzato a circa 780.000 lire, vantava una costruzione degna di menzione, basata sul ricevitore Philips SAA7274 e sul chip monobit Philips SAA7323, oltre ad una sezione analogica prettamente a discreti, facente uso di un solo operazionale Analog Devices AD746 diviso per entrambi i canali, tanto semplice quanto di egregia efficacia. Versatile oltre la media, con possibilità di inversione della fase, dotato di un ingresso ottico ed uno coassiale, un’uscita coassiale ed una seconda disattivabile a standard I2S per il collegamento a processori esterni (es. il successivo XDP della stessa Audio Alchemy), divenne in breve tempo un vero best-buy, contribuendo all’affermazione sui mercati internazionali del neonato marchio americano. Dotato di un piccolo e mediocre alimentatore esterno, il DDE (Digital Decoding Engine) poteva essere “up-gradato” con l’anti-jitter DTI v1.0 , con una sezione analogica esterna denominata ADE e con un alimentatore più corposo, il PS Three (od anche il PS Two, che poteva alimentare sino a 3 componenti Audio Alchemy). Il suo successo fece lievitare il prezzo d’acquisto sino a L. 1.120.000 nel giro dei tre anni successivi alla commercializzazione in Italia.

 

 

Timbricamente corposo e caldo per via di una lieve ma avvertibile sottolineatura del medio-basso, seppe essere forse il più analogico fra i vari convertitori concorrenti, anche di stampo hi-end, ovvero un giocattolo assolutamente magico che cedeva soltanto nella risoluzione più spinta e nel vigore dell’estremo basso, ma solo quando direttamente confrontato con apparecchiature che costavano 4-5 volte tanto. Piccolo e carino com’è, ne possiedo ancora un esemplare acquistato nuovo nel ’91 con 7 sudatissimi bigliettoni, a cui ho gettato da tempo l’alimentatore in dotazione per alimentarlo con ogni cosa compatibile (+-12Vcc) che mi sia capitata fra le mani, compresi alcuni “mostri” autocostruiti.

 

 

Pre – Rose RV23S: nel revival valvolare dell’epoca, ove il must per ogni impianto “giusto” era costituito dal possesso di un preamplificatore a tubi sottovuoto e , per tale motivo, gli audio-esterofili si contendevano le proprie esigue finanze fra gli americani CJ PV10, Audible Illusion 2D ed i britannici Beard CA35 e Audio Innovations 200, ecco che la terra d’Albione estrae dal suo cilindro questo minimalista e minuto preamplificatore ibrido. La Rose Industries di Abingdon (Oxon) viene fondata nel 1986 e, per almeno 7 anni, si concentra esclusivamente nella produzione e revisione del pre RV23; se non erro, la versione S costituì la terza rivisitazione del progetto, con due varianti sostanziali: l’adozione di un trasformatore esterno e l’eliminazione di una valvola dal circuito di linea, per un totale di rimanenti 4 doppi triodi ECC82 equamente ripartiti fra sezione phono (con MC a discreti a stato solido) e sezione ad alto livello. A fronte di un prezzo di listino fissato in lire 1.850.000 (periodo 1992-1993), decisamente concorrenziale sebbene non ancora popolare, il Rose si permetteva il lusso di una musicalità limpida, cristallina, di fulgida trasparenza ed ampia scatola sonora, cui solo la liquidità in gamma media e medio-alta ne tradiva il cuore valvolare. Rispetto ad analoghi disegni realmente hi-end (anche nel prezzo), soffriva di una gamma bassa non potentissima e di una sottile leggerezza negli spunti dinamici più intensi, compensati però da una rara raffinatezza timbrica. In considerazione della sua splendida quota musicale, in grado di soverchiare la quasi totalità dei diretti concorrenti contemporanei, ritengo il rispettivo usato valutabile oggi in 300-400 euro, in funzione del suo stato d’uso. Rammento come se fosse ieri di qualche illustre (nel senso di credibile per una professionalità e passione recepite direttamente attraverso più di un contatto col sottoscritto) giornalista tecnico di settore preferirlo alle pur nobili apparecchiature concorrenti sopraccitate. L’alta fedeltà sarà anche terribilmente soggettiva, ma alcune realizzazioni rimangono nei ricordi della totalità dei critici e professionisti di settore: non credo si tratti di fortuite coincidenze!

 

 

Finali monofonici – Albarry Music M408II:  La prima versione di questi splendidi finali monofonici a transistor risale ai primi anni ’80, alla quale seguì una benemerita ed acclamata revisione a cavallo fra gli ‘80 ed i ’90: le “caramelle Rossana”, così ribattezzati per il frontale in plexiglass rosso trasparente e l’inserto d’alluminio sul top verniciato d’un rosso fiammante a percorrerne tutta la profondità superiore. In barba all’estetica dimessa che accompagnava la quasi totalità delle apparecchiature inglesi, gli Albarry si presentavano come dei compatti e coriacei parallelepipedi di bella costruzione e d’aspetto assolutamente originale e piacevole, contraddistinti da una realizzazione elettronica tanto curata quanto assai semplice: il progetto si basava infatti su di uno schema d’amplificazione Darlington TIP 146 e TIP 141 in classe AB, a simmetria complementare con pilota e differenziale d’ingresso, alimentato da  generatori di corrente costante, con protezione degli stadi finali imperniata su di un circuito optoelettronico ininfluente ai fini musicali.

Gli Albarry M408II erano stati progettati per una potenza dichiarata di soli 40W RMS su 8 ohm ma in grado di garantire correnti di picco di ben ±22A.

E il suono? Come scrissi già a suo tempo: “…..assetto musicale di rara bellezza, senza prediligere alcun parametro acustico a scapito di altri. La timbrica è leggermente eufonica, il carattere sonico è solido, dinamico, brillante, preciso senza divenire radiografante. La risposta ai transienti è talmente precisa e veloce da rivaleggiare con i migliori disegni a stato solido attualmente in commercio, sino a lambire le frontiere più estreme dell’high-end. La restituzione tonale delle voci e degli strumenti (con una particolare predilezione per gli strumenti a corda, sempre resi con encomiabile veridicità) è naturale e corretta, senza  indurre artificiosità che a lungo termine sfocerebbero in fatica d’ascolto”.

Veramente magici ancora oggi, rimangono a mio parere il miglior esempio di scuola britannica a costi ancora terreni di quella che negli anni ’80 fu una vera a propria new-wave inglese dell’alta fedeltà. Attorno al 1990 costavano di listino circa lire 2.400.000, per poi salire in pochissimi anni oltre i 3.000.000 di lire. Attualmente, la quotazione del (raro) usato è piuttosto elevata, proprio perché la richiesta è assai maggiore dell’offerta (per il culto che si sono ritagliati nel tempo): i fortunati possessori che decidessero di rivenderli giungono oggi a chiedere fra gli 800-1050 euro a coppia. Troppi? E cosa c’è di migliore oggi a parità di prezzo?

 

 

Finali monofonici - Moth 40 mono: conterranei e contemporanei agli Albarry, questi scatolotti in legno verniciato d’un cupo colore nero con uno spesso frontale color noce scuro, sono uno dei capolavori circuitali di quell’ex enfant prodige, al secolo Stan Curtis (fondatore – direttore di Cambridge Audio, Mission, IAG, collaboratore di Lecson, Teac, Rotel, Aura, Monrio, QED, Celestion, Sugden, Monitor Audio, Wharfedale, Revox, sino alla presidenza di Quad ed alla firma di alcune celebri realizzazioni B&W) che contribuì in modo determinante al blasone hi-fi inglese e che, nel 1989, disegnò per il vecchio amico Mike Harris di Moth un’intera linea di pre e finali. Tali circuitazioni a stato solido resero celebre in contemporanea ed in tutto il mondo l’intera linea 400 di Cambridge Audio, che cito pertanto in questo ambito perché assolutamente da rammentare quale trampolino di lancio verso la fedele riproduzione musicale domestica per molti audiofili oggi “over 40”.

Spero di non riportare un’informazione errata, ma se ben ricordo i Moth 40 riprendevano a ponte la circuitazione del finale stereofonico Moth 30, garantendo comunque 40W/ch su 8ohm e 50W/ch su 4ohm.

Contraddistinti da dimensioni piuttosto contenute (10x5x34 cm LxHxP), erano in grado di elargire un suono trasparente, di grande coerenza tonale e prospettica, dalla timbrica velatamente eufonica (una bellissima e dorata gamma media) e buon piglio dinamico. Oggi possono valere 400-450 euro la coppia se perfettamente funzionanti, permettendo al loro fortunato possessore il lusso di una grande resa musicale, davvero molto buona ben oltre la categoria merceologica d’appartenenza, in particolar modo quando abbinato a diffusori d’un certo pregio, dal carico elettrico non eccessivamente ostico e di uguale passaporto.

 

 

Integrato  - Kelvin Labs The Integrated:  inglese (ma va?), aristocratico, tozzo e massiccio ma ben rifinito pur se essenziale nelle funzioni, il Kelvin ha seriamente conteso a Naim Nait la palma del miglior integrato budget all’epoca in circolazione. Il progetto è completamente a stato solido, dotato di un raffinatissimo ingresso phono ed in grado di erogare circa 20W/ch in classe A pura, che diventavano poco meno di 30W/ch su 4 ohm. Sebbene realizzato senza sfoggio di componenti esoterici (ricordo gli economici selettori del bilance e degli ingressi, i miseri connettori RCA e quelli d’uscita verso i diffusori, anche se poi spiccava un bel toroidale da 100VA e quattro elettrolitici Sprague da 10.000 microF cadauno), all’epoca fu sovente confrontato con sistemi d’amplificazione di qualità elevatissima, come ad es. gli Spectral, in forza delle sue notevolissime prestazioni musicali, anche in termini assoluti. Evitando abbinamenti con diffusori dal pilotaggio ostico, il Kelvin Labs sapeva elargire una coerenza timbrica ed un’omogeneità tonale senza tempo, ne eccessivamente eufonica ma neppure algida o peggio, secca, il cui apice era raggiunto nello splendore, nella luminosità e nella trasparenza della criticissima gamma media e medio-alta. Capace di una notevole ricostruzione spaziale, soprattutto quando abbinato a disegni come Rogers LS3/5A o Sonus Faber Minima FM2 (peccato per la modesta pressione acustica massima raggiungibile, ma quanto equilibrio ed armonia…), ProAc Tablette, Spica TC50, ma in grado persino di ruggire fornendo un quid di aristocrazia a certi monitor JBL della mitica serie 4000 od alle solite, ottime, Tannoy e Klipsch ad alta sensibilità.

Forse, il loro maggior limite era costituito da un certo roll-off sulle frequenze più gravi ed una dinamica non travolgente, ma all’interno di questi plausibili limiti vi era la magia.

Acquistabile inizialmente a circa lire 1.350.000 di listino, oggi risulta piuttosto raro vederlo comparire fra gli annunci dell’usato. E, quando disponibile, la quotazione non è mai bassissima….

 

 

Diffusori – Spica TC50: Le americane Spica TC-50, prodotte dal 1984 al 1988 dalla Spica di Santa Fe,  furono successivamente riproposte dalla company Bryn Mawr di Albuquerque dal 1989 a circa il 1996 compreso. Pur contraddistinte da alcuni peculiari compromessi progettuali, furono in grado di competere su molti parametri acustici ad armi pari con sistemi ben più costosi. D’aspetto visivo dimesso ed un poco bruttino, erano contraddistinte dal particolare taglio obliquo del frontale che ne faceva dei veri e propri prismi triangolari, col fine tecnico di una migliore coerenza di fase dei drivers, a loro volta circondati da un ampio foglio di feltro con funzioni di limitatore di fenomeni diffrattivi delle onde sonore sul baffle anteriore. Il disegno era un classico due vie, con tweeter a cupola soffice da 1 pollice ed un woofer a cono del diametro di 16,51cm. Il caricamento del woofer era in sospensione acustica, con un’impedenza che toccava circa i 3,7 ohm sulle basse frequenze ed in gamma media. La risposta in frequenza, del resto avvertibile ad un orecchio un poco allenato, presentava un roll-off dapprima dolce sulle medio-basse frequenze e poi più netto al di sotto dei 70 hertz, come di converso anche le altissime iniziavano ad attenuarsi oltre i 14 Khz. All’interno di questi “limiti” progettuali le TC - 50 si permettevano il lusso di una linearità spettacolare (anche di fase acustica) dai 300 Hz sino a tutta la gamma medio-alta, esibendo una trasparenza ed una coerenza timbrica in grado di rivaleggiare persino con i più noti disegni elettrostatici del periodo (Quad, Martin Logan, Magnepan).

 

 

Nel complesso le Spica TC-50 spiccavano (mi si scusi il gioco involontario di assonanze) anche per una suadente nota di calore sul medio-basso, che le rendeva fruibili e pienamente appaganti anche per ascolti prolungati. Oggigiorno, addirittura, sortiscono esiti addirittura superiori grazie a sistemi di amplificazione anche di costo non esorbitante, in grado di pilotare agevolmente carichi un poco più impegnativi della media. Un predecessore ed analogo disegno, concettualmente assai simile alle Spica, fu il LCM-1 (Low cost monitor) della canadese Dayton Wright Group Ltd di mr. Mike Wright, assai ben accolto dalla stampa americana (The Audiophile Society Minutes – vol.5 No.2 e Stereophile – Vol.7 No.2) e costruito fra il 1982 ed il 1988.

Altre specifiche tecniche delle Spica TC-50:

Tipo: a due vie da stand in sospensione pneumatica.

Frequenza di crossover: 2 Khz con pendenza del passa alto approssimativamente del primo ordine (6 dB/ottava); passa basso del quarto ordine (24 dB/ottava); altoparlanti connessi con la stessa polarità.

Risposta in frequenza: 60Hz - 17 Khz -3dB.

Sensibilità: 84 dB/w/m.

Impedenza nominale: 4 Ohms (3,6 Ohms minimi a 4 Khz).

Requisiti di amplificazione: 25 - 100 Watts

Potenza massima sopportabile: 50 Watts continui, 100 Watts di picco.

Dimensioni: 394 x 330 x 295 mm. (HxLxP)

Il listino dei primi ’90 era fissato attorno al milione e mezzo delle vecchie lire.

Difficile trovarne di usate: chi le possiede, se le tiene ben strette!

 

Fine parte Prima

 

Buoni ascolti e sensazioni.

Cristiano Nevi 

 marvel147@gmail.com  

 

 

A M’ARCORD

Appunti Storici di vent’anni fa:

Macchine da musica mid-class che hanno spalancato le porte all’hi-end  - 2ª parte                                

 

“Fra la seconda metà degli anni 80 e la prima metà dei ’90, l’alta fedeltà più esclusiva visse un periodo intenso, vigoroso, sia per la poderosa spinta fornita dallo sviluppo dell’era digitale che per un’affermata consapevolezza dell’inconsistenza di certi luoghi comuni e di prestazioni strumentali che ben poco avevano a che spartire col responso musicale, grazie anche al livello conoscitivo e tecnologico raggiunto in campo elettroacustico e, non ultimo, all’opera educativa ed al percorso formativo introdotti da alcuni grandi tecnici e giornalisti illuminati di settore… [omissis]...

Ecco, lo scopo di questo articolo è soltanto un tuffo di un passato che definirei semi-vintage, magari per ripescare qualcosa che ancora oggi sarebbe in grado di imporre la propria personalità, in barba all’attuale frontiera del made in China e dintorni e, più in generale, ai tanti listini spesso inguardabili.

Magari, soltanto un pretesto per un amarcord di prodotti intrisi di affezione e di grandi soddisfazioni, poi perduti in cerca di un’irraggiungibile chimera della perfezione sonora nella riproduzione musicale in ambito domestico.”

Di seguito, la seconda parte:

 

 

Cavo di potenza MAMBA:  correva l’anno 1989 e già da tempo si parlava di cavi esoterici dal costo proibitivo, in grado di far decollare le prestazioni complessive degli impianti più esclusivi.

Ma, mentre infervorava la battaglia del rame iper puro, metalli nobili ed innovative conformazioni steriche della struttura cristallina fra Van Den Hul, Monster, MIT, Straight Wire e Madrigal, due simpatici distributori italiani, Vannino Spinelli & Joseph Szall, decisero di far costruire e commercializzare un terribile cavo di potenza ammazzagiganti di colore viola, denominato furbescamente Mamba in ossequio al più veloce ed aggressivo serpente conosciuto (dendroapis polylepis). Tanto per sottolineare la metafora audiofila del Mamba, si associno al rispettivo rettile tipico della fascia sub-sahariana l’aggressività senza pari ed un  veleno di un’efficacia letale così rapida da essersi meritato il nomignolo di “sette passi”! 

Ergo, si trattava d’un cavo solid-core in rame purissimo ricoperto esternamente in lamina d’argento, a quattro poli da mezzo millimetro di sezione cadauno e singolarmente inguainati in PVC, di cui due capi di colore bianco e gli altri due di colore rosso, il tutto inguainato in un soffice e spesso PVC viola acceso.

La struttura piena dei conduttori lo rendeva piuttosto indomabile, ma al contempo si lasciava piegare anche in curvature strette che sapeva mantenere nel tempo: in altri termini, malleabile eppure mai flaccido!

Sulla guaina esterna era ciclicamente serigrafata la dicitura in stampatello “Mamba” di colore bianco, preceduta e seguita da due freccette bidirezionali, appunto per mettere bene in evidenza il pensiero dei due progettisti in merito alla teoria dei cristalli di rame orientati. Se la memoria non m’inganna, si trattava all’epoca del primo cavo di potenza bidirezionale dichiarato, in netta controtendenza rispetto ai canoni costruttivi ed alle mode dell’epoca.

Il Mamba fu il mio primo cavo di potenza “serio”, dopo un lungo periodo trascorso convivendo con cavi autocostruiti, cavi di derivazione industriale e cavi di primo prezzo fra cui il Monster Cable XP, inserito inizialmente fra un integrato Kelvin Labs e i (parecchio rimpianti) diffusori da stand Infinity RS-5K.

La sua peculiarità consisteva essenzialmente nel costo, il cui listino si aggirava attorno alle 7000 – 7500 lire al metro sciolto, facendolo di fatto pericolosamente rientrare fra i cavi “seri” di primo prezzo nonostante le prestazioni complessive pressoché sconosciute a tutti i suoi diretti concorrenti.

Non nego di essere tutt’ora in possesso di alcuni esemplari di questo splendido oggetto, come non nego di essere costantemente alla ricerca di qualche lungo spezzone a buon prezzo, perché col Mamba mi sono letteralmente divertito nell’autocostruzione, realizzando due corte coppie di cavi di segnale sbilanciati e non schermati (beh, mai provato a trasformare cavi di potenza in analoghi di segnale? No? Peccato!), ricablando qualche diffusore, un bellissimo finale Audioanalyse B90 od ancora realizzando qualche ponticello per elettroniche e diffusori od anche cavi di alimentazione a bassa tensione per elettroniche con sezione di alimentazione esterna.

Ancora oggi, il violaceo ed imperturbabile cavo di potenza sfodera un controllo ed una estensione sulle basse frequenze attendibili ed appaganti, velocissime e ben frenate, magari non rotondissime ma proprio per tale motivo apparentemente ancor più dotate di impatto e dinamica. Le medie frequenze sono molto ben rifinite, semmai si perde un nonnulla sulle microinformazioni e di intelligibilità sulle voci femminili; si potrebbe inoltre sentire la necessità di una grana ancora più fine, ma soltanto se già abituati ad ascoltare musica attraverso un sistema di riproduzione audio domestica di elevata qualità con connessioni di tutt’altro costo rispetto al prezzo di vendita del Mamba. Estese e ottimamente definite anche le alte ed altissime frequenze, appena velate rispetto ai migliori riferimenti attuali e dell’epoca; il centro fuoco è marmoreo, saldo, inamovibile, la scena acustica non subisce rimpicciolimenti o forzature verso un’immagine “bonsai”, la sua tridimensionalità è efficacemente proporzionata senza dare adito ad insopportabili od irrealistiche costrizioni prospettiche.

I quattro capi consentono certamente un agevole pilotaggio in bi-wiring dei diffusori dotati di connessioni sdoppiate per le vie inferiori e quelle medie/alte: il consiglio spassionato è un raddoppio dei cavi dedicando un intero conduttore Mamba per ogni polo di connessione: i miglioramenti sono subliminali, ma si sentono!

Conclusioni: cavo di potenza col rapporto qualità/prezzo più alto sul mercato di ieri e forse anche di oggi, in ogni caso foriero di prestazioni complessive direttamente paragonabili ad un signor cavo di gamma media: il suo morso è ancora un vivido ricordo di certa esoterica hi-end.

 

 

Pre – Synthesis Art in Music PL/1: di Synthesis si comincia a parlare nei salotti buoni dell’italica hi-end (nel mio caso, presso la storica Casa Musicale Giovanelli di Mantova, purtroppo non più attiva) attorno al 1992-1993 come di un nuovo produttore marchigiano di graziose e musicalissime elettroniche a tubi sottovuoto.

In realtà la società Fase di Morrovalle (MC), titolare del brand Synthesis Art in Music, risulta attiva già a partire dai lontani primi anni ’60 con specializzazione merceologica negli avvolgimenti elettrici (fra cui trasformatori), sull’onda del successo di alcuni celebri costruttori locali di strumenti musicali.

Se ben ricordo, i primi prodotti furono un finale stereofonico denominato ST/1 basato su di un push-pull di pentodi EL34 connessi a triodo, uno stadio pre phono PH/1 a doppi triodi ECC83 e, appunto, il preamplificatore PL/1 imperniato sui robusti ed apprezzati di doppi triodi a zoccolo octal 6SN7, in numero di due per canale. Il curatissimo aspetto estetico, comune a tutta la prima serie di prodotti quale piacevolissima variante di montaggio delle valvole a vista, era caratterizzato da forme compatte avvolte in una cornice lignea trattata con mordente rossastro a finitura laccata, in netto contrasto con la superficie metallica verniciata di nero lucido, le cromature delle calotte dei trasformatori e gli argentei involucri esterni dei condensatori di filtro. Nel pre PL/1 i selettori d’ingresso ed i potenziometri di controllo del volume, sdoppiati per i due canali e dalle forme vagamente old-style, erano curiosamente montati frontalmente sul pannello superiore di copertura, analogamente ai connettori in/out RCA, montati invece ai lati del grosso trasformatore di alimentazione. Tanto essenziale quanto raffinato nei componenti utilizzati e nella sobria realizzazione circuitale, il pre Synthesis PL/1 diviene ancora oggi un efficacissimo esecutore di splendide sonorità, di una suadente timbrica “sottovuoto” che si amalgama alla perfezione ad un’eccellente capacità introspettiva ed un’elevata trasparenza dell’evento musicale, ancorché riprodotto. Dotato di una gamma media liquida, naturale, persino suadente ma al contempo ricca di dettaglio, il PL/1 è in grado di riproporre una buona scena acustica, con un validissimo discernimento dei vari piani sonori ed un centro-fuoco sovente granitico, incisione permettendo. Chiaramente, rispetto ai migliori disegni hi-end, sono sicuramente la nettezza dei contorni strumentali e la larghezza del fronte sonoro a divenire appena deficitari, eppure il risultato complessivo è addirittura esaltante per un progetto che ancora nel 2002-2003 costava poco più di 800 euro, in barba alla totalità dell’attuale ondata cinese che, a fronte di prezzi similari, non regge il confronto su ogni fronte dei principali parametri di riproduzione musicale.

Ho avuto la fortuna di possedere due esemplari in tempi diversi di questo preamplificatore: il secondo acquisto fu la rivalsa della vendita dissennata del primo modello, ma che un fulmine mi distrusse poco tempo dopo. Nonostante altri preamplificatori mi abbiano permesso di ascoltare successivamente tanta buona musica, potrei sempre commettere una “pazzia” per il terzo esemplare, in barba a coloro che con sufficienza e superficialità non ne abbiano carpito a fondo le intrinseche qualità (lungi da sterili polemiche, qualche italico forum ne è la prova cogente ed inequivocabile). In questa fascia di prezzo e rispetto ai suoi concorrenti  a tubi dell’epoca, rimane il migliore.

 

 

Fine parte Seconda

 

Buoni ascolti e sensazioni.

Cristiano Nevi 

 marvel147@gmail.com  

 

 

 

 

 

Hit Counter

Torna alla pagina iniziale