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AUDIOCOSTRUZIONI

“e-DITORIALE” del MESE

di Cristiano

 

 parlando di Gainclone e (soprattutto) dintorni.

By Cristiano

 

Ogni fallimento è semplicemente un'opportunità per diventare più intelligente.
Henry Ford

 

Ricordo l’erculea prova di forza cui ho sottoposto il mio fisico il giorno in cui, in totale solitudine e lontano da sguardi pietosi da parte dei miei famigliari, ho manualmente trasportato un enorme integrato Mastersound 845 Reference in mansarda, affrontando una ripida rampa di scale in legno di secolare costruzione.

Cinquantaquattro chili di peso complessivo, pressoché sbilanciati verso gli enormi trasformatori d’uscita e d’alimentazione, rappresentano comunque poca cosa nei confronti di un Mark Levinson n°332 (58kg) che ancora troneggia fra l’usato di Autocostruzioni, o l’Audio Analogue Maestro 200 (65 kg), entrambi mastodontici finali che mai più potranno aspirare ad allietare i miei ascolti casalinghi.

Il tanto è bello perché induce sensazioni di forza, possanza, eccezionale affidabilità, sicurezza, quasi certezza di qualità d’ascolto.

Personalmente posso capire tali scelte, comprenderne le motivazioni, ma ormai a fatica condividerle: un tale dispiego di metalli e lignee essenze, congiunto a prezzi dissennati di vendita, incanala l’audiofilo verso l’apoteosi dell’ostentazione hi-end che poco o nulla ha da spartire col mero ascolto della musica.

Qualcuno obietterà che anche l’occhio vuole la sua parte, ma è altrettanto valida la tesi tipicamente orientale della bellezza del minuscolo.

Eppure, un’elettronica assai ben più contenuta, quasi minuta, per quanto possa contenere le più avanzate tecnologie elettroniche e costruttive, per quanto possa elargire prestazioni sorprendenti, infine subisce sovente l’indifferenza dell’audiofilo, in particolare proprio nel settore dell’amplificazione.

 

 

Epocale dunque è stata l’immissione sul mercato del T-Amp, un plasticoso giocattolo stereofonico capace, se attentamente interfacciato, di avvicinare le migliori prestazioni audio domestiche in termini di naturalezza d’emissione, immagine e soundstage ad una frazione di prezzo, anzi, così contenuto da risultare abbordabile persino al più squattrinato degli adolescenti.

I migliori autocostruttori (in questo ambito, gli italiani primeggiano per inventiva, artigianato e design) seppero vestire il T-Amp donandogli dignità estetica ed alimentazioni nettamente più performanti, tant’è che venne ufficialmente commercializzata in seguito, anche una versione più consona ai canoni hi-end.

In realtà, almeno 7-8 anni prima della luminosa meteora T-Amp, un altro grande ma minuscolo amplificatore integrato fece scalpore soprattutto nei salotti buoni nell’hi-and americana: di passaporto giapponese e scaturito dalla mente di Junji Kimura, CEO della 47 Lab, il Gaincard erogava almeno 25 musicalissimi watt per canale, con un banalissimo progetto imperniato su di un economico chip integrato della National, il LM3886.

Ecco dunque scatenarsi fra gli audiofili, l’autocostruzione di svariate copie o varianti del Gaincard, denominate “Gainclone”, grazie anche alla pubblicazione di alcuni esaurienti articoli tecnici, fra cui rammento quello pubblicato nel settembre 1995 per “Elettronica In” a firma di Mario Colombo.

Uno di questi progetti autocostruiti, assai ben curato sia a livello costruttivo sia per il dimensionamento della sezione d’alimentazione pur in uno chassis molto compatto, è capitato casualmente fra le mie mani.

Come in qualsiasi altra situazione, è apparso di fondamentale importanza l’abbinamento con i diffusori: il mio Gainclone ha nettamente preferito il pilotaggio delle graziose Sonus Faber Minima FM2 oppure delle altrettanto deliziose Opera Callas 2003, piuttosto che delle consuete Wilson Benesch Actor.

Prevedendo un completo fallimento di siffatta catena acustica, ho voluto peggiorare la qualità complessiva del sistema abbinando al coriaceo Gainclone, un minuscolo preamplificatore valvolare, basato su di una sola valvola ECC82, così piccolo da risultare addirittura privo del contenitore, lasciando a completa vista tutta l’elettronica. Il suo prezzo di listino, incredibile ma vero, sarebbe addirittura inferiore a €100: si tratta di un prodotto cinese commercializzato con svariati marchi, fra cui Little Bear, VS-Audio Hybird, Indeed G3, Miridiy, Muse, Bravo Audio, ecc.

 

Mai pregiudizio fu così sbugiardato: di primo acchito, avevo pensato di aver lasciato collegato il gigantesco integrato Mastersound Reference 845. E invece no: a suonare erano proprio questi due oggetti il cui valore complessivo non superava i 250 euro!

Timbrica più che accettabile, ricostruzione scenica credibile, basse frequenze ben presenti e modulate, dinamica per nulla deficitaria, insomma, un buon suono di tutto rispetto, col quale infine poter convivere per lunghe sedute d’ascolto.


 

Certo, i dac utilizzati a confronto sono stati un costoso Audio Research ed un attualissimo Audiolab M-DAC a 32bit; i diffusori, due eccellenti esempi di artigianato audio nazionale; cavetteria ed accessori di valore ampiamente superiore a quello della coppia pre+finale; il software, costituito da musica liquida ad alta risoluzione; ma indubbiamente ho potuto apprezzare un buonissimo risultato complessivo.

Dal punto di vista di uno schifiltoso navigatore dei mari hi-end, il Little Bear P-1 non possiede un pesante chassis in alluminio o in acciaio inox (ne è proprio privo!), mal digerisce dei cavi di collegamento di grande sezione e peso (o si “inpenna”, o cadrà rovinosamente a terra), il suo potenziometro non brilla certamente per silenziosità e precisione eppure, entro questi limiti, giammai la sua voce ricondurrebbe l’ascoltatore ad un prodotto di estrema economicità!

A questo punto, persino l’ascolto in cuffia non tradisce le aspettative, confermando buon controllo e pilotaggio, nonché una timbrica vellutata su tutto il range di frequenze medie e medio-acute, con buona apertura sulle altissime e discreta presenza dei bassi più profondi.

Nel web si evince pure la possibilità di poter sostituire il doppio triodo ECC82 di serie con altre tipologie della famiglia ECC: durante le mie prove d’ascolto mi sono limitato a montare una preziosa Telefunken nos ECC802S (da sola vale due volte il costo del piccolo P-1), ottenendo risultati percettibilmente migliori sia sul piano prettamente timbrico che sulla focalizzazione dei piani sonori.

Attenzione: la naturalezza d’emissione e la focalizzazione, sono parametri acustici talvolta elitari, ovvero raggiungibili soltanto con buone amplificazioni e, naturalmente, ottimi sistemi d’altoparlanti meticolosamente inseriti nell’ambiente d’ascolto (anche se, scontatamente, la qualità software è in tal senso determinante!).

Mentre redigo il presente editoriale, seduto comodamente di fronte al mio impianto stereofonico con il notebook sulle gambe, la coppia Little Beard P-1 e Gainclone rende giustizia al timbro suadente della voce di Sade, a quello più nasale di Van Morrison, ricrea con buonissima approssimazione di spazi e particolari il duo Kings of Convenience, diviene convincente ed aggressivo col muro di suono generato da Kyuss e Nirvana, permettendosi anche il lusso di riproporre con naturalezza d’emissione, persino le belle pagine barocche della Tafelmusik di Telemann.

Andando al sodo, nel mio ambiente d’ascolto e col resto delle mie elettroniche (certamente di costo sensibilmente superiore) il risultato è eclatante, in ogni caso sicuramente soddisfacente su tutti i principali parametri d’ascolto.

Ovviamente, l’integrato Mastersound 845 Reference o la coppia costituita dal pre Doma Grido e dal finale Aloia ST13.01i, spuntano una naturalezza d’emissione superiore (anche se nemmeno lontanamente proporzionata alle differenti classi di prezzo) un peso specifico del suono maggiore, una più ampia estensione orizzontale della scena acustica, un’articolazione e presenza dell’estremo basso avvertibilmente più credibile.

Queste differenze, se associate a due analoghi prodotti di pari prezzo, indurrebbero qualche frequentatore di forum a riportare confronti a senso unico, avvalorando tali constatazioni sul campo con predicati verbali assai simili allo “stracciare”, “fare a pezzi”, “umiliare” (magari avessi potuto sentire, anche una sola volta in vita mia, differenze così eclatanti: purtroppo il mio senso uditivo non è così sensibile a tali abnormi differenze acustiche……).

In questo caso, si sta discutendo di un sistema di amplificazione (addirittura pre+finale) che costa molto meno di un entry-level audio senza troppe pretese.

Come? Con questi elementi, ci si potrebbe vergognare a “postare” l’elenco del proprio sistema audio sui sopraccitati forum? Oh certo, il Little Bear non è sicuramente l’Audio Research, il Gainclone poi è addirittura autocostruito…. Orrore!

Bene, nel frattempo il Gainclone non torna più al mittente, allietando i miei ascolti come già ha saputo fare, quando non ne avrò voglia di scaldarmi d’estate con triodi e pentodi di potenza. Il Little Bear doveva “necessariamente” ritornare presso Audiocostruzioni per un ovvio aggiornamento del sito, altrimenti mi sarei tenuto anche questo giocattolino.

Perché? Semplice: dopo alcuni fallimenti fra i vari accoppiamenti amplificazione – diffusori che abitualmente contraddistinguono la mia personale sala d’ascolto (anche “illustri”, che sulla carta non avrebbero potuto avverarsi), il Little Bear e il Gainclone, garantiscono entro certi limiti d’uso un decoroso ascolto di qualunque genere musicale. Se mai dovessero guastarsi, sono consapevole della perdita in denaro, che non m’indurrà di certo a strapparmi i pochi capelli rimasti sul capo. Una banale constatazione: l’up-grade dei miei attuali finali Klimo Kent Gold nella versione Improved, è costata al precedente possessore qualcosa come €750.

Siamo certi che questo intervento abbia drammaticamente sconvolto e migliorato le precedenti prestazioni dei blasonatissimi Kent Gold mono? Se così fosse, o il dottor Klimo è un pessimo progettista e costruttore, oppure un sagace cialtrone.

Sicuramente qualcosa sarà cambiato (parlo al condizionale, perché non ho mai potuto effettuare un confronto diretto), che per taluni potrebbe essere recepito come miglioria, per altri un peggioramento. De gustibus non est disputandum, dice una celebre locuzione latina di origine non classica.

Con lo stesso denaro, oltre al LIttle Bear e al Gainclone, personalmente avrei potuto acquistare un dac Musical Fidelity v-dac II (a proposito, testato a casa mia con i due oggetti citati con risultati del tutto comparabili ad Audio Research e Audiolab) ed una coppia di Indiana Line Nota 260; se poi dac e diffusori si comprano sul mercato dell’usato, sarebbe rimasto un poco di contante per un notebook senza grandi pretese, per un impianto completo indirizzato alla musica liquida, in grado di leggere anche cd e dvd. Già, con questa accoppiata Little Bear + Gainclone vedrei assolutamente vincente l’abbinamento a diffusori Indiana Line, magari dell’ultima e assai performante serie Diva, per la loro generosità su alcune frequenze dello spettro udibile.

Come già scrissi nell’editoriale di agosto: “difficile scrollarsi di dosso certi pregiudizi (impossibile non averne, quando si è trascorso qualche lustro di vita nelle cosiddette società civilizzate), ciò che conta è non dar loro peso e retta”.


 

Che fortuna, per i giovani audiofili di oggi (ma almeno, ce ne sono?).

Morale del mese: mai dare un calcio alla Fortuna, sua sorella (quella con la “s” davanti) ripagherebbe immediatamente con enormi interessi.

 


 

Cristiano N.– ottobre 2013

(free reviewer – per contatti: http://www.audiocostruzioni.com/p_u/amici/cristiano-mn/cristiano-mn.htm)

 

 


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